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Chiesa: denunciato il peccato, assolti i peccatori

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L’altro giorno ho visto su TV 2000, l’emittente della conferenza episcopale italiana, un servizio sulla Grecia che sarebbe impossibile trovare altrove, nell’informazione paludata, europeista e atlantista:  si vede il degrado delle città, si vedono le mense a cielo aperto per dare un mezzo piatto di minestra a torme di impoveriti e anche di migranti, operai di piccole fabbriche abbandonate dai padroni che provano a continuare in proprio la produzione per sopravvivere, il tentativo di supportare malati che non si possono più permettere le cure. Insomma viene presentato il drammatico impoverimento del Paese e al tempo stesso tutto un mondo di solidarietà tra poveri che è visivamente un atto di accusa alla Ue e ai suoi padroni. Ma ciò che manca in questo servizio è proprio l’accusa circostanziata e precisa: si esalta lo spirito caritatevole, la fratellanza, il sostegno reciproco, senza mai però fare l’anamnesi del male, dire esplicitamente che quelle situazioni non sono frutto di una catastrofe naturale, ma di quella catastrofe di civiltà che si chiama capitalismo finanziario sulla carta d’identità ideologica ed Europa per gli amici.

Analogamente la chiesa cattolica nella figura dello stesso Pontefice  si batte per l’accoglimento incondizionato dei profughi dal medioriente, senza mai menzionare le cause e i mandanti di questa catastrofe la cui radice consiste nel tentativo occidentale di sloggiare il legittimo governo siriano per impadronirsi del Paese: le hanno tentate di tutte, dall’importazione in massa di guerriglieri terroristi alle infami sanzioni contro Damasco per l’uso di gas che invece hanno usato proprio i terroristi arruolati dall’occidente. E’ moralmente vergognoso, ma il dito del Papa non punta sulle cause, ma solo sugli effetti, chiede rimedio per il peccato, ma tace il peccatore che continua imperterrito nella sua opera e perpetua così il dramma. Come si vede la Chiesa non rinuncia alla sua secolare ipocrisia: lo stesso atteggiamento moralmente contraddittorio di compassione e negazione delle cause che tiene campo nel dramma dei profughi  il parlare di poveri, povertà e disuguaglianza rimane sospeso nel nulla, mancante della parte attiva, ossia la denuncia dei meccanismi , delle idee e dei sistemi che sono alla radice dell’impoverimento.

Salvo qualche episodico rimbrotto riguardo all’avidità eccessiva del potere economico sembra che la Chiesa consideri la povertà come un fatto naturale, decretato da Dio al pari del potere o della ricchezza e che non senta per nulla il bisogno di riflettere sulle sue cause, continuando in quel pauperismo di ritorno, in quel cieco spirito caritatevole inaugurato con il concilio di Trento e che è al tempo stesso spia e causa del ritardo fra l’Europa meridionale e quella del Nord protestante dove sotto la spinta delle gilde il problema della povertà cominciò ad essere affrontato in termini di legislazione e non di buona volontà dei singoli. Ciò che davvero sorprende è come a distanza di secoli si possa ancora affermare che il lavoro non deve essere una merce e tuttavia sostenere proprio quelle dottrine, quei potentati, quelle concezioni sociali, quegli stili di vita che ne fanno esplicitamente una merce. Forse perché sono  proprio queste ideologie che hanno bisogno di una qualche religione per un miglior controllo sociale?  O forse perché un organismo monocratico come la chiesa cattolica è così soggetta ad atrofizzazione che qualunque cambiamento la frantumerebbe come  una reliquia? Forse perché Dio è un ottimo viatico per la doppia morale, per la buona parola rivolta da attici milionari?  Probabilmente tutto questo insieme.

Ma le cose stanno cambiando rapidamente: il numero di persone in povertà sta raggiungendo in occidente, quello della pre rivoluzione industriale e il sistema stesso, teso nello sforzo di smantellare gli ultimi due secoli di conquiste, sta costruendo una sua mitologia destinata ad occupare gli spazi individuali e sociali, a riempire di cartongesso gli spazi che danno sul nulla, nella quale l’apparire viene declinato come mito del corpo e della cura di un sé sempre più povero e autoreferente. Oltretutto si tratta di una narrazione che non ha bisogno di intermediari, che galleggia sul mercato e si ciba di esso. Dunque il tentativo della Chiesa di cambiare registro solo nell’immagine, ma senza andare a fondo può raccogliere un consenso momentaneo, ma alla lunga è destinato ad arenarsi.

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