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Il guappo inquartato e contento

renzi di cartoneAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oh finalmente, che sollievo. Ha pensato il birichino di papà (non solo il suo, anche di altri rampolli al governo). Con il caso Quarto, è finito il monopolio morale dei 5 Stelle.

Adesso sì che si può dire che sono tutti uguali, tutti parimenti esposti e permeabili a contaminazioni e condizionamenti, adesso sì che si può dire che sono tutti parimenti impreparati, incompetenti, inadeguati,  adesso sì che la nobile gara può riguardare quanti esponenti del partito (nel Pd sarebbero 83) o dell’organizzazione  abbiano scheletri nell’armadio, amicizie discutibili, costumi non  irreprensibili. Adesso sì che si può dire che tutti hanno perso purezza, innocenza e integrità, a dimostrazione che certi vizi sono connaturati nella nostra autobiografia nazionale, che non è vero che la via del potere non può essere virtuosa, ma che, al contrario, nel processo di selezione del personale politico le virtù possono rappresentare una controindicazione se non un handicap. E adesso sì che sarà più facile percorrere strade comuni, reperire maggioranze tra affini sia pure estemporanee, labili, biasimevoli, adesso che l’opinione pubblica, o quel che ne rimane che anche quella è largamente privatizzata, ha il dovere di ammettere senza più riserve che non se ne salva nessuno, che tutti i frutteti sono suscettibili di produrre mele marce.

Così   il premier, nonché aspirante traghettatore verso il partito unico, può far sfoggio di paterna comprensione, sfoderare ferreo garantismo e indulgente tolleranza, dei quali deve essere ben provvisto se ne gliene sono rimasti tanti dopo averne profusi a piene mani con famigli, “colleghi” di partito, ministri, purché appartenenti al giglio magico, sottosegretari ingombranti, amministratori sleali, presidenti di regione impresentabili ma ciononostante presentati, sostenuti e promossi fino all’autolesionismo.  Anche perché è l’occasione buona per deridere certe qualità, per mettere in chiaro che certe ubbie,  certe fisime, certe fissazioni sulla correttezza, la trasparenza, la deontologia, la moralità, sono orpelli passatisti e arcaici, che ostacolano libera iniziativa, moderno dinamismo, insomma quella leggerezza disinvolta e fattiva, giovanile e scattante che deve possedere chi ha scelto il “fare” ancor prima di pensare, l’”agire” ancor prima di capire, che deve caratterizzare chi ha a cuore la crescita, anche se fa aumentare le disuguaglianze, lo sviluppo, anche se favorisce gigantismo, nelle opere e nell’iniquità, che deve ispirare comportamenti e costumi di chi scoraggia come fossero molesti impacci, critica, opposizione, vigilanza.

Purtroppo il piatto gli è stato servito, ben imbandito, messo in tavola da una stampa che non aspettava altro che di dargli una mano, presentato, come a masterchef, da opinionisti ansiosi di dimostrare che l’onestà consiste solo nel non infilare le mani nelle tasche, nel non borseggiare le vecchiette, esonerando dalle responsabilità anche sindaci pasticcioni, in quanto soggetta a volumi, gerarchie, graduatorie, e come se fosse una categoria non applicabile alle attività di governo, a scelte che espropriano i cittadini da beni comuni e inalienabili, alla corruzione per legge e alla corruzione delle leggi piegate a interessi personali.

C’era da aspettarselo d’altra parte, e c’è da dolersene. Non poteva andare sempre bene a un movimento che   della moralità, limitata appunto alla correttezza formale, ha fatto il suo caposaldo, il suo tratto distintivo, aggregatore di consenso e di spirito di appartenenza, elemento pop e folkloristico idoneo a mettere in secondo piano distrazioni e astensioni in altri contesti etici: antifascismo, immigrazione, a far dimenticare indifferenza e estraneità sul tema del lavoro e della rappresentanza sindacale, a far perdonare incompetenza e dilettantismo, rivendicati e scusati alla stregua di entusiastica esuberanza fanciullesca. C’era da aspettarselo in un coagulo di persone intorno a un leader capriccioso, fanfarone, post qualunquista e post populista, autoritario fino al dispotismo che ha fatto della disorganizzazione un totem, ma anche la chiave per esercitare un controllo tirannico e autocratico.

E’ due volte un peccato, perché per tanti è ancora necessario riporre un po’ di restante fiducia in qualcosa che “si muove” nella palude, anzi nelle sabbie mobili nazionali, e perché ogni regalo fatto a Renzi e al suo disegno eversivo è un furto commesso contro di noi e contro la democrazia.

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