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Sopra la panca, la banca campa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo ho smesso di credere che la pazienza sia una virtù. Al contrario, mi sono convinta che sconfini nella vigliaccheria, nella subalternità, in una fiduciosa quanto dissennata indole a delegare   scelte decisive ad altri, se non addirittura in un velenoso e distruttivo autolesionismo.

Sarebbe ora di finirla con remissività, rassegnazione e sopportazione.

Abbiamo a che fare con dei criminali che dopo averci rovinato, aver coperto misfatti e colpe, nell’eterno avvitarsi intorno al rimando di responsabilità, accusa noi, le vittime, rei – paradossalmente – di esserci fatti abbindolare per avidità da loro, dai loro camerieri, dai loro esecutori, dalle loro sciacquette e perfino dai relativi papà, destinati secondo un nepotismo alla rovescia  ad una gloriosa fine carriera. E se non colpevoli, allora dementi, sbadati, grulli, pronti per dabbenaggine a credere a qualsiasi frottola, peraltro ben propagandata da pubblicità progresso, da spot con lo strozzino in doppiopetto, con il benevolo finanziere che disegna il cerchio magico, con la tua banca che è differente, in modo da consolidare fiducia e fidelizzazione.

Solo adepti di camarille dedite al crimine organizzato possono dichiarare che le loro vittime – ieri  si è registrato il primo caduto sul fronte delle bad bank  – devono essere oggetto di misure “umanitarie”, come se il governo fosse una onlus insomma, perché devono seguire ad attente valutazioni secondo i criteri di una “meritocrazia” della carità,   ma meno compassionevole e più pelosa, visto che tanto i soldi li mettiamo noi. Così si è espresso l’implacabile Ministro Padoan, che ha appreso bene la lezione di efferata spietatezza del Fmi nel quale ha militato prima di esercitare su di noi la sua grigia ferocia, a proposito dei piccoli investitori che hanno perso tutto per aver subito il ricatto di banche tossiche – ma quale non lo è? – coperto da Bankitalia, governi, media, tramite direttori e funzionari nelle vesti inappropriate e inopportune, ma in altri paesi illegali, di consulenti finanziari.

La trastola era talmente nota ed esplicita  che i  giochi di prestigio erano indagati da Bankitalia che ha ammesso di averli conosciuti bene, confessando al tempo stesso, tramite il suo organismo di Vigilanza, di non aver potuto o saputo intervenire per “la cronica assenza di poteri”. In qualche caso sarebbe stato lanciato un avvertimento, volto a circoscrivere gli effetti aberranti di gestioni  tossiche e modalità fraudolente di collocamento di prodotti finanziari, imposti per lo più con la promessa alla clientela di accesso a mutui più vantaggiosi in cambio dell’acquisto di obbligazioni rischiose. Ma l’impotenza degli organi di controllo è ampiamente dimostrata dal fatto che i moniti avrebbero sortito unicamente delle “raccomandazioni” su siti istituzionali, estranei alla mentalità e alle abitudini dei piccoli risparmiatori.

E che dire del governo ispirato nel promuovere il provvedimento salva banche , il cosiddetto bail in,  dalla obbligatorietà di riconfermare negli atti il suo  assoggettamento all’impero finanziario e alla sua ideologia, quella che ha prodotto, bolle, fallimenti di stati e di popoli. Ma, forse, anche dalla volontà di dare una mano a una banca in particolare. Forse il Pd tramite l’Etruria aveva sperato di coronare il sogno dei rottamati: una banca del partito. O comunque una banca di “famiglia”, un nucleo domestico particolarmente caro al premier, con un babbo vice presidente fino al febbraio scorso, un fratello alto funzionario fino a fine 2014 con l’incarico di “responsabile dell’analisi dei processi  di costo della banca per attuare gli interventi volti a minimizzarne l’impatto a conto economico”, una figlia, piccola azionista e ministro per caso, che ha  fatto spallucce leggiadramente all’accusa di essere in pieno conflitto d’interesse ricordando – mentre dormiamo Freud lavora – di non aver nemmeno partecipato “al consiglio di amministrazione nel quale era stata votata la riforma delle popolari”. Si ha detto così, a scanso di equivoci: consiglio di amministrazione e non dei ministri, a conferma che nella loro mente e nel loro cuore nero prima di tutto viene l’azienda, partito, governo, cosa loro. Un caso eccezionale quello di Banca Etruria? Probabilmente solo quello più chiaro e conosciuto, dopo Paschi di Siena, perché in ogni piccola località, in ogni sportello si sono consolidate relazioni privilegiate, amichevoli o intimidatorie, clientelari o ricattatorie, tra finanza su scala e politica locale, tra amministratori e dirigenti, un’altra manifestazione di quella micro corruzione che innerva malignamente il sistema.

L’arca di Noè è stata pensata, dalla cupola dell’imperialismo finanziario, per salvare loro, istituti finanziari incapaci o criminali, grandi investitori, manager finanziari e le loro cerchie e cordate di obbligazionisti “professionali”: a partire dal 1° gennaio 2016, la crisi di una banca verrà “risolta”  con il  meccanismo  del Bail In, già “favorevolmente testato” in caso di naufragi eccellenti a Cipro e in Grecia. La scialuppa di salvataggio all’istituto di credito, cioè, non verrà lanciata  con soldi pubblici dello Stato e/o delle banche centrali (come è stato sino a oggi), bensì attraverso la riduzione del valore delle azioni e  di alcuni crediti, come, appunto,  quelli dei correntisti che abbiano depositato più di 100mila euro o la loro conversione in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a risolvere la crisi e a “mantenere la fiducia del mercato”.

Adesso, a riconferma dell’irrilevanza negoziale dell’Italia nel contesto europeo, un governo neghittoso e codardo ci ricorda che dobbiamo subire perché è l’Europea che ce lo chiede, perché siamo stati “costretti” a recepire una direttiva europea che abbiamo trasposto nel nostro ordinamento senza garantire nessun principio di trasparenza a tutela dei creditori. Così come non viene assicurato nemmeno il più elementare caposaldo della stato di diritto:  la cacciata di vertici corrotti, di manager della speculazione più cialtrona, di nefandi cravattari, l’espulsione dal sistema economico di bad companies, la condanna di promoter  specializzati in modalità di collocazione fraudolente,   sulle quali tutti a cominciare dagli organismi di vigilanza hanno preferito chiudere gli occhi e forse allungare le mani  per decenni.  E dopo aver   mutuato procedure e modalità dai racket  delle estorsioni, aver favorito vertici e manovalanza del sistema di ricatti, non sa come cavarsela, accusa l’Ue matrigna    colpe su Bruxelles, cerca di mettere qualche pezza a colori per circoscrivere  la perdita di fiducia,  annuncia aiuti “umanitari” arbitrari e discrezionali per i più indigenti tra i truffati dell’organizzazione malavitosa delle estorsioni  “subordinate” emesse da  Banca delle MarchePopolare EtruriaCariFerrara e CariChieti, secondo i modi e i criteri  della beneficenza di regime. Che tanto è l’unica forma di gestione delle emergenze conosciuto, qualche elargizione, qualche scambio di favori e di voti, un osso buttato ai cani che abbaiano, 80 euro qua, 500 là. Eh no, basta, la pazienza è finita.

 

 

 

 

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