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La banda del nichelino

images (4)In fondo Marino potrebbe essere considerato un bambino prodigio: è già sindaco di Roma all’età mentale di 11 anni, come dimostra il continuo e infantile cambio di versioni sull’apertura del barattolo di marmellata e l’ostinazione  con cui il quasi e forse ex sindaco, persegue nel ricatto dimissioni sì, dimissioni no, al presumibile scopo di estorcere una poltrona di prestigio per il dopo Campidoglio. Ma quello che ha attratto la mia attenzione nell’ultima intervista rilasciata da bimbo Ignazio, è l’accenno alla misteriosa vendita per 38 milioni di euro di un tesoro che da tempo il Comune conservava gelosamente nel caveau di un istituto di vigilanza alla modica cifra di 20 mila euro al mese il che nel complesso fanno fino ad oggi oltre 300 mila euro.

Parlo di mistero non solo per la storia che ci sta dietro, non solo per il fatto che sul sito del Campidoglio si dà conto delle sei aste andate deserte e non della vendita, ma  proprio perché la faccenda puzza lontano un miglio: si tratta di alcuni rocchetti di filo di nichel al 99,98% di purezza e diametro di o,025 millimetri, del peso di 868 grammi  che  si può francamente dubitare che valga quella cifra o anche una consistente frazione di esso: fili dello stesso spessore, quasi sempre prodotti in Russia o in Canada e di purezza del 99,9 per cento sono venduti sui mercati a prezzi  intorno anche  ai 500 dollari per un chilo. Mettiamo che si tratti di una purezza inconsueta e certificata, ma qui il Comune ha moltiplicato  il costo di un metro di filo venduto al microdettaglio da una tale Alfa Aesar inglese, per tutti i metri in suo possesso, ricavandone un prezzo di vendita complessivo di circa 55 milioni teorici assolutamente inesistente scambiando una quotazione di mercato con un prezzo di vendita al minuto. Sarebbe come comprare una partita di 3000 prosciutti al prezzo di un etto di crudo in un negozio del centro.

Ma adesso Marino che peraltro non c’entra nulla con l’acquisizione del tesoretto e con le sue opache ragioni, ci ha detto che qualcuno, non si sa chi, né come, né quando, né perché, lo ha effettivamente comprato per 38 milioni. Sarà mica l’uzbeko a cui offre cene da 3000 mila euro e che versa milioni al comune senza scopo apparente? O meglio, sarà vero visto che ci troviamo di fronte a un tipico caso caso di mitomania bipolare? O ancora e forse più precisamente non sarà che qualcuno ha effettivamente comprato i rocchetti per quella cifra, ma contrattando ben altri compensi nascosti sotto l’acquisto? Per esempio qualche lottizzazione? O una corsia prefenziale per le future Olimpiadi della tangente?

Tutto è possibile, anzi diciamo pure che il peggio ha ormai una corsia riservata. Del resto già la storia del nichel ci narra di cose strane: tutto nasce nel 1977 quando la giunta Rutelli decise di espropriare un grande terreno agricolo a Tor Pagnotta (toponimo che più azzeccato non si può) per realizzare un deposito dell’Atac, ma l’immobiliare Cometa che deteneva il terreno fece ricorso chiedendo un risarcimento di 65 miliardi. In attesa degli sviluppi giudiziari il credito è stato ceduto da Cometa ad altri soggetti, in un giro vorticoso che si ferma a una società del finanziere rampante Giovanni Calabrò. E’ lui l’utilizzatore finale del credito ed è sempre a lui che il Campidoglio versa con insolita sollecitudine 36 milioni di euro di risarcimento, dopo la sentenza di primo grado favorevole al piccolo tycoon calabrese residente a Montecarlo, senza darsi pena di attendere l’appello. Il quale si conclude nel 2005 con un ribaltamento della sentenza: adesso è Calabrò che deve restituire i 36 milioni al Comune, ma essendo temporaneamente privo di “picci” offre in pegno del futuro pagamento i famosi rocchetti di nichel. Futuro pagamento che ovviamente non è mai arrivato e che adesso ha costretto il Comune a vendere il tesoretto il quale si ha ragione di credere che valga molto meno di quanto non fosse stato stimato o si dica.  Per convincersene basta andare su questa pagina dove lo stesso materiale, al medesimo grado di purezza ( la sigla è NP1 ) e nello stesso diametro viene venduto a prezzi molto variabili che possono anche scendere fino ai 65 mila euro per un chilo. Ma anche nei prezzi più alti è ben lontano dalle cifre che vengono dal Campidoglio.

Di certo non possiamo chiedere a Marino che saprà della vendita giusto per sentito dire e dal quale rischiamo di ascoltare  tre o quattro versioni diverse con profusione di scuse, pentimenti e giustificazioni per ognuna, secondo lo stile letterina di Natale che gli è consono. Anche l’infanzia ha i suoi drammi.

 

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