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Slot Act

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Volevo scrivere oggi sulle misure della manovra  previste per premiare l’imprenditorialità, l’alta qualità  e la produttività del brand del gioco d’azzardo, i cui “valori” e le cui modalità  sono gli stessi della finanza creativa: promesse, scommesse, rischi, trucchi, come ebbe a notare in tempi ormai remoti  un economista brillante, Robert Schiller.   Tutti e due sono lievitati in maniera abnorme, tutti e due pur nutrendosi di speranze e inganni, dai “sistemi” per vincere alla roulette alle bolle immobiliari, sono legali. E ciononostante ambedue sono  territori gestiti e infiltrati  da una forte presenza criminale, dai vertici bancari oggi nel mirino della magistratura, alla manovalanza delle scommesse, da una qualificata presenza nella Troika, ai commercialisti che usano  il circuito favorito dai governi biscazzieri per il riciclaggio, dagli strozzini travestiti da dinamiche finanziarie ai cravattari tradizionali che sostano fuori dal casinò per prendere al laccio i perdenti irriducibili, e  che va al di là dell’indegno approfittarsi delle illusioni dei poveracci, nello stesso tremendo intreccio tra fenomeno ludico e fenomeno speculativo.

Poi sono stata distratta da un’altra forma di gioco, quella antica, da malandrini di strada, da sciagurati troppo inetti per fare i borseggiatori e troppo codardi per fare i rapinatori, quella  delle tre carte, per la quale basta una cassetta rovesciata, un mazzo truccato e qualche complice, facce da guappi con gli abiti della festa, per prendere per il naso i gonzi disperati che ci vogliono cascare,  distraendoli con le baggianate sulla fortuna che stavolta li bacerà, e magari intanto una “spalla” gira per sfilare qualche portafogli.

E come potremmo chiamare altrimenti forma e contenuti del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016), definito dal comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri – le “spalle” – che lo ha approvato il 15 ottobre “una manovra finanziaria di 26,5 miliardi di euro, che potrà aumentare fino a 29,5 miliardi in base all’accoglimento o meno della richiesta, avanzata alla Ue, di utilizzare uno 0.2% di spazio di patto in più per la “clausola migranti” e che prosegue il piano di taglio delle tasse, avviato lo scorso anno, intensifica la lotta contro la povertà e la tutela delle fasce più deboli della popolazione, procede con la spending review”.

Dobbiamo credere sulla parola: è un comunicato ufficiale e guai a chi pensa che quel segno che accompagna il pacchetto informativo e il felice slogan della “campagna” pre elettorale, voglia dire “metteteci una croce sopra. Macché, significa Italia col segno più. E apre il dispiegarsi di 30  slide più una cover e una introduzione in meno delle 140 battute di Twitter per annunciarci che da ora l’Italia sarà più forte, più semplice, più orgogliosa, più giusta. Mica solo Carlino vuol darvi solide realtà, c’è Renzi il piazzista di scatole vuote, di quello dei lucidi e delle lavagne, che, nella pratica cialtrona e sfacciata di prendere  per i fondelli, nei giochi da ciarlatano del mercato,  va ben oltre il contratto con gli italiani, si allinea con i proclami e le frasi celebri del puzzone, a cominciare da “le parole in certi momenti possono essere dei fatti”,  e si allena a copiare l’”andate al mare” di Craxi, in occasione del referendum sul sistema elettorale.

Perché oltre quelle 30 paginette, ammesso che qualcuno abbia avuto occasione di stamparle – ma attenti, in bianco e nero si perde molto – non c’è nulla. Oltre i motti storici, coi dovuti sottotitoli: “via le tasse sulla prima casa”,  dopo gli 80 euro un altro segno di fiducia; oppure “intervento per le case popolari” e più giù: ci preoccupiamo di chi arranca; o anche  l’inedito: “un Paese più giusto, pagare meno, pagare tutti” e sotto vai con “lotta all’evasione con la digitalizzazione”. E dire che i media di regime se la raccontano e ce la raccontano con l’estatica ammirazione per il Grande Twittatore e il suo staff di formidabili comunicatori, che immaginiamo alle prese col rimario per mettere insieme i versetti satanici  del Grande Spot.

Sarà stato arduo anche per i padroni europei  accettare e approvare   il compitino del loro valletto, che c’è da rimpiangere Tremonti, c’è da aver nostalgia di Monti, c’è da reclamare a gran voce i carteggi con Berlusconi, si saranno detti. Ma vanno premiate l’ubbidienza e la solerzia: Renzi ha fatto di più per la democrazia si qualsiasi becchino, di qualsiasi boia, di qualsiasi killer.

Ma ancora più arduo è fare l’opposizione,  non solo per la naturale indole alla remissiva accondiscendenza dei penosi avanzi di una sinistra parlamentare più morta della democrazia, non solo per una certa irruente inadeguatezza dei “movimentisti”,  non solo perché ormai il popolo stremato è accampato negli atri muscosi e nei fori cadenti. Ma anche perché è difficile lottare con poltergeist, coi fantasmi, col nulla. O peggio ancora convincere gli allocchi ipnotizzati dal baro, che li sta imbrogliando.

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