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Il Cepu chiude, tanto c’è la “buona scuola”

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Docenti preparati, improvvisati o incompetenti, volonterosi e non pagati una miseria e spesso non pagati, ma rette sontuose di molte migliaia di euro strappate a famiglie disperate e illuse: con queste premesse il Cepu avrebbe potuto benissimo prosperare, se qualcuno lì dentro avesse avuto una mezza idea didattica e non l’intenzione di rastrellare sempre più denaro e farlo sparire nel lindo Lussemburgo di Juncker. Così adesso si è al fallimento, con la Procura di Roma intenzionata ad aprire un’indagine per bancarotta fraudolenta e agli avvisi di garanzia per evasione fiscale all’Ad Franco Bernasconi.

La vicenda è interessante perché costituisce una sorta di Bignami di tutti i vizi dell’Italia liberale, cialtrona e disonesta rappresentata dal berlusconismo, un esempio estremo, ma proprio per questo chiarissimo, di cosa voglia dire la privatizzazione dell’istruzione e il suo passaggio dal campo della trasmissione del sapere a quello del business. Il Cepu infatti – nato da da una precedente scuola per corrispondenza, la umbra Marcon che nel tempo si era sviluppata al punto da acquisire nel ’95 la più celebre Scuola Radio Elettra di Torino -, si espande all’università e al recupero corsi in tutta Italia sotto l’ala di Silvio di cui il patron dell’impresa, Francesco Polidori, era amico dopo esserlo stato anche Di Pietro quando gli attribuiva  attribuiva una chance di successo politico. Tanto amico che c’è stato un momento in cui le sedi del Cepu hanno rischiato di diventare anche quelle dei circoli della libertà.

E si potrebbe finire qui, con questa pietosa immagine del capitalismo di relazione se non fosse che il modello didattico del Cepu è indicativo dei modelli astratti di privatizzazione cui si ispirava ieri il cavaliere e oggi Renzi, in sostanza un modo per far molti soldi (o risparmiarne nel caso dello Stato) promettendo promozioni facili, esami lisci, ma creando il deserto tra l’impegno e il risultato, cioè imbastendo un bailamme di tutor poco o per nulla motivati, reclutati nelle aree di bisogno dove si può pagare un docente molto meno di un precario per le pulizie delle scale. Per di più con un meccanismo ossessivamente studiato per impedire che questi docenti potessero davvero svolgere il loro lavoro, anche qualora fossero interessati a farlo: la maggior parte di studenti che pagano a caro prezzo la preparazione ad esami universitari o il recupero di anni scolastici, ha infatti problematiche caratteriali più che cognitive per cui un contatto diretto con la famiglia sarebbe vitale. Ma il tutor non può farlo: per il timore che si proponga di persona scavalcando il Cepu, ogni rapporto è indiretto, passa tramite segreterie completamente disinteressate.  Per non parlare dei venditori di corsi ancora meno credibili di quelli che rifilano contratti telefonici, della mancanza di aule, della disorganizzazione, della carenza abissale di materiali didattici e via dicendo: lo scopo era solo quello di far il maggior profitto possibile. Questo era il famoso metodo.

Eppure una simile organizzazione ha avuto il permesso di aprire un’università telematica, con il consenso della tunnelista di neutrini ovvero la Gelmini e nonostante il parere nettamente contrario della conferenza dei rettori delle università italiane. Ma che importa? Quando lo studente diventa un cliente da spennare tutto è possibile perché il merito consiste solo nella disponibilità finanziarie delle famiglie. Del resto tutto questo ha un senso più ampio, coinvolge la stessa concezione della scuola e che è passata da creatrice di cultura a addestratrice di personale sfruttabile dalle aziende e dai padroncini: non è certo un caso che il Cepu nasca sulle ceneri di quelle scuole per corrispondenza che negli anni del dopoguerra davano una preparazione di massima e un foglio di carta a quelli che si inurbavano in cerca di un mestiere nuovo: esso ha trasportato una mentalità adeguata a quel contesto nella scuola vera e nell’università grazie all’atmosfera favorevole alla privatizzazione dell’istruzione e alla sua riduzione a fatto meramente funzionale alla produzione e /o al profitto.

La stesa cosa, in modi meno cialtroni di quelli a cui L’italia  non riesce proprio a sottrarsi, accade anche altrove, specie nel mondo anglossassone, dove l’istruzione si è masterizzata, frantumata in mille rivoli, divenuta oggetto di  business internazionale e fornisce saperi standardizzati dai quali è esclusa l’idea stessa di preparazione critica.  Ed è divenuta il modello al quale si tende con conseguenze anche pratiche che vengono continuamente denunciate, ma che ormai è impossibile scalzare grazie alla sua natura di attività economica.

Così il Cepu chiude, forse perché con la crisi e la messa a nudo sempre più evidente del “metodo” gli affari non rendono più come prima ed è meglio un fallimento che lasci intatti “risparmi” salvati chissà dove che tenere in piedi il baraccone, ma in compenso l’istruzione tende a cepuizzarsi con la buona scuola e successivi upgrade. anzi si può anche pensare che l’impresa chiuda in vista di una generalizzazione dei suoi criteri. Peccato che l’eCampus non abbia fatto in tempo a dare una laurea honoris causa a Renzi o magari a fargli tenere un corso sui selfie. Sarebbe davvero stata una buona scuola.

 

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