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Rom, armi di distrazione di massa

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo hanno rincorso in strada, in pieno giorno, urlando insulti e minacciandolo di morte, fino ad assalirlo con un coltello e ad amputargli due dita. «Sporco rumeno, vattene via», gli hanno gridato, durante un raid razzista avvenuto a San Giovanni, dietro a piazza Tuscolo, davanti agli sguardi terrorizzati dei passanti. Protagonisti dell’assalto, scrive il Messaggero, sono tre giovani romani, che, secondo gli inquirenti sarebbero vicini agli ambienti della destra estrema.

Non c’è da stupirsi: ha avuto scarsa risonanza una rilevazione condotta tra il 7 aprile e il 13 maggio del 2015 dal Pew Research Center   di Washington che ci mette in vetta alla piramide europea del razzismo. Gli indicatori che sono stati impiegati dal think tank americano per la ricerca condotta  in Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Gran Bretagna, riguardano i “sentimenti” nei confronti degli “altri”, sia che si tratti di  diverse etnie che di credo religioso: musulmani, ebrei, ma soprattutto rom. Che  sono il vero e non sorprendente bersaglio degli italiani brava gente, che con una percentuale dell’85% monterebbe di buon grado sulle ruspe di Salvini.

Pare che questo sia un popolo il cui immaginario è permeabile a persuasione aberranti e al culto della menzogna: crediamo a chi ci dice che il 30 percento della popolazione è composta da immigrati (sono meno del 7), che il 20 % professa fede e militanza islamica  (sono appena il 4),  che i rom sono parassiti stranieri che dovrebbero tornare nel loro paese, che poi è questo: la presenza delle comunità  rom e sinti  in  Italia è compresa fra le 120 mila e le 150 mila unità e almeno 70 mila di queste sono cittadini italiani.

Rom Sinti e Camminanti (RSC) presenti in Italia sono lo 0,25% della popolazione: una percentuale nettamente inferiore rispetto a quella presente in altri Paesi europei.   Alle comunità  originarie sono andate ad aggiungersi quelle arrivate dai Balcani a seguito delle guerre tra il 1991 e il 2000, confinate nei campi e negli insediamenti esistenti, secondo una deportazione amministrativa che pretendeva di effettuare una assimilazione “democratica” tra affini, che non lo erano affatto, gonfiando una bolla di odio e esclusione irreversibile. Eppure i Rom in Spagna sono l’1,62% della popolazione e le opinioni negative su di loro sono il 41%, in Grecia sono l’1,82% della popolazione e le opinioni negative su di loro sono il 53%. Mentre in Italia  rappresentano lo 0,22% della popolazione ma le opinioni negative su di loro sono l’85%. Però l’84% della popolazione italiana intervistata dall’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione ritiene che le comunità  romanì siano prevalentemente nomadi, mentre    i maggiori studi in merito hanno invece evidenziato che le famiglie rimaste nomadi sono un’esigua minoranza; il 47% degli italiani intervistati associa al termine zingaro un’immagine negativa, quella dei ladri perfino di bambini e il 35% ad una sensazione di emarginazione volotaria e di rifiuto della civilizzazione.

Non ho neppure voglia di ripetere cose già scritte mille volte: sulla esposizione al razzismo di un gruppo sociale inviso da sempre, sui tremendi stereotipi che lo riguardano, osceni quanto il mito di un popolo italiano alieno da razzismo e xenofobia, ma che ha accolto di buon grado leggi razziali ripetutesi dopo sessant’anni, che ha dato i natali a un ceto accademico che con eccezioni che si contano sulle dita di una mano ha sottoscritto l’infame manifesto in difesa della razza, quella italiana, che peraltro ha sempre avuto come qualità un felice meticciato, che accoglie i disperati purché siano invisibili, di passaggio, disappetenti e disposti a accettare la nostra generosità sotto forma di schiavismo.

Così sono state contraddette le profezie secondo le quali la fine del secolo breve, quello dell’apocalisse, quello della barbarie, quello della dissoluzione dell’umanità, avrebbe posto termine anche alle disuguaglianze tra simili, alle discriminazioni, alle persecuzioni. Ed anche quelle secondo le quali le magnifiche sorti del progresso avrebbero garantito l’eclissi della paura, posto termine alle insicurezze, esaltato ragione e responsabilità individuale e collettiva, spostato bisogni e valori da quelli della “scarsità”, quindi della sopravvivenza, a quelli post-materialisti, quelli esistenziali legati al senso della propria vita, al talento e alla vocazione di ognuno, alla fiducia nel futuro, alle relazioni.

Invece in questo atroce nuovo disordine mondiale nel quale la storia si avvita su se stessa intorno al perno dello sfruttamento di uomini e risorse, delle disuguaglianze sempre più profonde e incolmabili, esistono e la percezione non sempre teleguidata esaspera nuovi rischi, pericoli inattesi che  contraddicono l’aspettativa nutrita nei confronti della globalizzazione, la speranza riposta nella tecnologia, sicché proprio la crescita mostra il suo doppio volto come Giano bifronte, diventando la principale minaccia alla sopravvivenza e alla qualità della vita in un mondo ormai fabbricato e largamente artificiale, dove la scienza e i suoi apparati strumentali sembrano essere concepiti e azionati a fini offensivi nei confronti dell’ambiente e dell’uomo, per assicurarne la sottomissione e il controllo. E il relativo benessere, peraltro sempre più ridotto, smentisce il suo percorso evolutivo  associando crescita finanziaria a malessere sociale, sviluppo a disgregazione morale, aumento di beni a disagio ecologico e esistenziale.

La modernità che piace ai pochi che detengono la ricchezza, e propagandata dagli addetti della politica, dai ripetitori solerti dei media, dai manager e dagli imprenditori al servizio dell’avido azionariato,  si  trasformata da benefica cornucopia di certezze salvifiche  in fonte di pericoli mortali e macchina produttrice di incalcolabili fattori di rischio, che generano incertezza, paura, diffidenza e rancore.

E che preme il pulsante di nuove guerre, esterne e interne. Guerre che segnano l’inevitabile  conversione delle campagne di conquista della potenza finanziaria e commerciale che  fa suoi risorse e  territori grazie al passaggio delle merci e del denaro, del “doux commerce” in  esplicite forme di belligeranza, mediante il violento controllo  territoriale, con la integrazione ricattatoria di tutte le sovranità tranne una, quella imperiale. Guerre che impiegano come armi le nuove povertà e il rancore disperato che la perdita comporta, la paura, alimentata da impresari criminali, sulle ruspe o in doppiopetto, la diffidenza, che fa dell’isolamento egoistico l’ultima difesa del poco che si conserva, riducendo la cittadinanza a una fortezza nel deserto di speranze e diritti e condannando la libertà ad astrazione, limitata alla tutela solipsistica di beni e prerogative sempre più ridotte:  difendere gli indigeni dagli immigrati, i benestanti dall’assalto dei poveri, la gente comune dalla casta dei politici. Mentre nessuna attenzione viene dedicata all’urgenza di salvarci da quel “noi” seppellito dentro e che generali, padroni, leader, stanno estraendo dal profondo, legittimando e promuovendo per farci essere un esercito di disperati da muovere contro altri disperati.

 

 

 

 

 

 

 

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