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Il sabotaggio della verità da Erri De Luca a Salò

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La libertà di espressione è oggi in pericolo e questo non ce lo aspettavamo”. Così ha detto in un intervista Daniel Pennac cercando di spiegare il senso del suo ultimo libro ” L’amico scrittore”. Ma questa nuova forma di censura e di controllo assume dei caratteri del tutto nuovi rispetto al passato e si trasforma in una vera e propria inquisizione dove si colpiscono gli eretici della vera fede, ossia del pensiero unico tramite il braccio secolare dei tribunali. Agli scrittori, ai registi, agli artisti e agli intellettuali viene sottratta persino la libertà di metafora: la realtà complessiva che essi intendono esprimere attraverso la figurazione e il ricorso ad archetipi viene interpretata in maniera letterale, nella banalità del linguaggio funzionale e amministrativo.

Pennac fa l’esempio di Erri De Luca che oggi si ritrova ad essere accusato addirittura di terrorismo per aver usato la parola sabotaggio in relazione alla tav Torino – Lione, come se quella parola usata nel contesto linguistico dello scrittore equivalesse a quella di un organizzatore militare di violenza, mentre stava per la presa di distanza dalle menzogne del potere e dagli arcana imperii, in sostanza il sabotaggio di quella parte di noi che si fa suddita delle verità di comodo. Di qui la rivendicazione da parte di Pennac della libertà di espressione e di poesia, della libertà di suggestione e di metafora contro chi vorrebbe annullarla.

E che dire, per fare un altro esempio proprio di oggi, della condanna di Claudio Lazzaro autore di un documentario edito da Feltrinelli sui gruppi musicali da lui definiti Nazirock? Dovrà pagare 15 mila euro  a tale Gigi Guerzoni,  40 enne cantante e frontman bolognese dei Legittima offesa che canta per gli “eroi” di Salò, si dichiara apertamente “revisionista” sullo sterminio degli ebrei e non pare disdegnare i richiami al “nazionalsocialismo” come lo stesso Guerzoni dice in un’intervista che fa parte del documentario. Ora l’inaspettata condanna da cosa deriva? Sembra incredibile ma dal fatto che costui – condannato in appello a tre anni e quattro mesi per un pestaggio politico – non gradisce l’espressione nazirock. Lui predilige “rock nazionalista, circuito skinhead, white power” e che se proprio deve darsi un’etichetta preferisce “white criminals” , “white power”, “nazional socialismo”.  Ora tenetevi ben saldi sulle sedie perché la sentenza di primo grado, emessa dalla sezione specializzata per la proprietà industriale del Tribunale di Roma, dice che il documentario “si presenta lesivo dell’onore e della reputazione” di Guerzoni “in quanto induce il pubblico a ritenere che si faccia portatore di idee violente, antidemocratiche e non rispettose degli altri”.

Ci sarebbe davvero da ridere per non piangere e farsi prendere dalla nausea. Ma è chiaro che la censura nei confronti di Claudio Lazzaro riguarda esclusivamente la suggestione che introduce con la parola nazirock, perché non gradita al querelante. Che è di Forza Nuova, ma che secondo i giudici non c’entra nulla col “pensiero fascista”. Anzi, sempre secondo questi giudici di salomonica sapienza Forza Nuova “non sembra conformarsi ad una determinata corrente di pensiero ideologico avendo optato per un rifiuto delle categorie storiche di destra e di sinistra”.

E qui siamo già oltre Pennac che difende la libertà di espressione degli scrittori. Qui è violata non solo l’intelligenza, ma la libertà dei cittadini che non possono più permettersi non solo la metafora, ma nemmeno la verità.

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