Crescita per improrogabili ragioni elettorali

39097Forse non è vero che le bugie abbiano le gambe corte, anzi in politica sempre più spesso parrebbero avere la coscia lunga della seduzione più banale e scontata. Esagerare però può far diventare la narrazione politica una specie di repellente millepiedi con innumerevoli zampette ingannevoli che cercano la presa sugli specchi di aspettative e speranze indotte senza ragione: il pericolo dell’effetto delusione è sempre in agguato rischiano di bruciare il guappo di Rignano, ancor prima delle elezioni politiche.

Per questo  la straordinaria enfasi su una fantomatica ripresa e sul lavoro, potrebbe rivelarsi imprudente ben sapendo che si tratta di scenari di cartapesta: quanto all’aumento di pil esso è collegato soprattutto a una variazione di criteri di calcolo (vedi qui) e pure l’aumento a marzo dell’indice di produzione industriale, con una crescita  tendenziale annua dell’1,5% è una pura illazione visto che nei primi tre mesi dell’anno si è verificata una caduta dello 0,1% della produzione industriale stessa. Già l’impalpabilità di questi numeri decimali tutti abbondantemente dentro il range di errore statistico dovrebbero dar da pensare, visto che secondo i canoni liberisti ci sono oggi le condizioni ideali per una forte crescita e questi numeri così esili, anche se fossero veri sarebbero già una cattiva notizia. Dunque non ci vuol molto a comprendere che  l’utilizzo improprio e sconsiderato di luminarie in fondo al tunnel è strettamente legato alle elezioni regionali e alla necessità per Renzi di vincerle.

Per un caso paradossale il premier non ha più un vero avversario dopo la dissoluzione del blocco berlusconiano, eppure è a rischio in tre regioni tra le più importanti: in Campania l’armata brancaleone messa in piedi da De Luca, personaggio tutt’altro che nuovo, pullula di impresentabili, al punto che lo stesso premier ha dovuto prendere le distanze da qualche candidato e Saviano ci ha visto lo schieramento di Gomorra. Insomma il campo del cosiddetto centrosinistra appare ampiamente screditato agli occhi della buona politica e non abbastanza accreditato agli sguardi di quella cattiva: così gli avversari potrebbero avere ragione di questo opaca macchina clientelare più che politico.

Poi c’è la Liguria dove la candidata del Pd, Raffaella Paita – moglie di Luigi Merlo, presidente dell’autorità portuale di Genova,  indagata per “mancata allerta”, “concorso in disastro colposo” e “omicidio colposo” per  l’alluvione del 9 e 10 ottobre dell’anno scorso, rappresenta in pieno la conservazione del gruppo di potere politico – affaristico che per tanti anni ha dominato la regione nel nome di Burlando – Scajola. Sempre nel centrosinistra si è aperta dunque una frattura con un candidato, Pastorino che potrebbe prendere anche il 20% e favorire l’avversario Giovanni Toti. Senza dire che qui potrebbe anche esserci un’exploit dei Cinque stelle.

E infine il Veneto, dove nonostante l’incomprensibile (o forse comprensibilissima) mossa di Tosi è più che prevedibile una vittoria di Zaia contro la inesistente Moretti , pappagallino della voliera Renzi. Ora è abbastanza chiaro che una vittoria in queste regioni chiave darebbe ancora più forza al premier e al suo progetto oligarchico e neo democristiano, mentre una sconfitta potrebbe essere l’inizio della fine, mostrando il riemergere di una opposizione a livello locale anche dentro il suo stesso schieramento e complicando di molto l’ascesa al potere del bullo. Ecco perché non si risparmiano le luminarie di una inesistente ripresa pur di strappare il risultato: l’eventuale contraccolpo di una ennesima delusione delle aspettative, sempre attribuibile a fattori esterni, è di certo meno rischioso di una sconfitta che in definiva colpisce al cuore proprio l’idea del partito della nazione che imbarca tutto e il peggio di tutto.

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