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Primaria ditta veneziana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dimmi con chi vai… recita l’adagio. Ma meglio ancora si potrebbe dire “dimmi chi ti sostiene…”, come nel caso delle primarie che si stanno svolgendo a Venezia, dove il filosofo Massimo Cacciari nella sua parabola dallo Steinhof al San Raffaele raggiunge vette di irresistibile comicità sponsorizzando il suo candidato, Nicola Pellicani    “ perché interpreta un’idea della politica come sviluppo”, soggetto ideale per una raccolta fondi cittadina senza pregiudizi, che  “soldi da Roma non ne arriveranno più e dobbiamo trovarli in loco. E per questo dobbiamo incoraggiare i progetti …” e al tempo stesso accreditando se stesso come padrino: gli ultimi due sindaci, Paolo Costa e Giorgio Orsoni, li ha scelti lui, e se questa non vi pare una referenza, allora…

Allora ancora una volta tocca scegliere il male minore, Felice Casson, con tutte le riserve del caso: un ex magistrato che testimonia della speranza – illusoria a guardare le prestazioni in politica di suoi illustri colleghi- di affidare a un “tecnico”  il tentativo di fare pulizia nella città che è diventata il laboratorio sperimentale di una corruzione legalizzata, grazie a una impalcatura di leggi speciali, provvedimenti ad hoc, pretestuosi ricorsi a eccezionalità ed emergenza fittizie, in modo da sovvertire priorità, bisogni, competenze, ruoli e funzioni, dando  legittimità a ciò che è irregolare, proprio come avviene là dove a comandare sono i cartelli, le mafie, la criminalità organizzata, l’arbitrarietà diventata sistema con l’aiuto di intimidazioni e favori,  voto di scambio e ricatto, finanziamenti occulti e favoritismi espliciti. E che risponde al tentativo di delegare a un specialista il riscatto di una cittadinanza oltraggiata da un malaffare che ha innervato tutto il tessuto sociale e economico, rendendo palese una indole al crimine infusa  in tutti gli interstizi compresi gli organi di vigilanza, controllati e controllori, enti e rappresentanze. Ma al tempo stesso ormai politico di professione, che è sceso in lizza sotto l’ombrello del Pd,  in quell’area grigia, velleitaria e ormai equivoca,  di chi condanna a morte la maggioranza confermandone l’esistenza in vita,  un senatore dal 2006 e consigliere   a Venezia dal 2005,  lo stesso che quando si è rivelato tutto il veleno del Mose ha candidamente riconosciuto che era “dal 2009  che  stavano emergendo delle responsabilità dopo la diffusione della relazione della Corte dei Conti sul Mose tanto che a qualsiasi persona con un po’ di buon senso civico sarebbero dovuti venire i capelli dritti … “ e che “si sarebbe dovuto intervenire in maniera pesante, e invece non è successo niente”. Così come  non succede niente dietro ai gazebi, dove si agitano, ma solo a parole, dissenzienti che non dissentono abbastanza dallo stravolgimento della Costituzione per favorire soluzioni autoritarie, dalla fine del lavoro a vantaggio della servitù, per di più precaria,  dalla ideologia sviluppista  che promuove quelle stesse grandi opere che servono a moltiplicare corruzione oltre che oltraggio al territorio, che restituisce egemonia feudale alla proprietà privata e alla speculazione, dalla proterva volontà di  cancellare partecipazione e democrazia.

Insomma sarà anche vero che non abbiamo più il diritto di esigere il meglio, nemmeno il bene, né, perfino, il meno peggio, ma ci sarebbe bisogno di  qualcosa di più di una generica critica, di qualcosa di più disubbidiente rispetto al regime che ispira il Partito della Nazione, il suo ceto dirigente e i suoi padroni, semplicemente per dire no. Dire no  ai progetti di sviluppo auspicati dall’ex sindaco Prometeo convertito pompiere, che confermano il monopolio delle cordate strette intorno al Consorzio Venezia Nuova, che consolidano lo strapotere dei privatizzatori, di quelle finanziarie che stanno acquisendo in regime di outlet i beni comuni, dire no alla grande menzogna delle emergenze che renderebbero necessario un sistema di difesa obsoleto alla nascita, rigido e pesante, indispensabile la sudditanza ai corsari delle crociere, ineluttabile lo scavo di un canale per ammansirli, fondamentale l’assoggettamento all’avidità di immobiliaristi, mercanti, signori del cemento, inevitabile l’umiliazione per via dei gioghi  del bilancio a fronte della dissipazione in opere utili solo a perpetuare corruzione e clientelismo.

Sarebbe bello che si materializzasse una candidatura che fosse davvero espressione di quei no che esistono e non sono soltanto mormorati, di gruppi che si battono per la casa, ‘per l’ambiente, contro le grandi navi, per riprendersi  la città e la cittadinanza. Una città e una cittadinanza però così oltraggiate, così mortificate, così espropriate, così isolate da pensare di non avere più il diritto all’abitare, al lavorare, al dolce e appagante vivere in quella che era l’unica utopia urbana realizzata. Io che sono lontana e me ne dolgo a volte come di un tradimento, noi che non stiamo meglio in luoghi altrettanto stremati,  altrettanto avviliti, altrettanto impoveriti e depredati, noi cui stanno togliendo l’onore con il lavoro e i diritti e la democrazia,  abbiamo la responsabilità e il dovere di dare voce e far risuonare quelle voci che dicono no a Venezia, perché quello che avviene là avverrà altrove, perché là si mette alla prova il sacco del Paese, l’affronto alla storia, alla memoria, alla cultura,  alla bellezza del ragionare e vivere insieme.

 

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