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Europa e complesso di inferiorità

determinismo-psichicoNel patetico tentativo di evitare la deflazione attraverso strade puramente monetarie, la Ue ha favorito la svalutazione dell’euro che in dieci mesi ha perso il 40%. La cosa è passata del tutto inosservata alla stragrande maggioranza dei cittadini, la stessa stragrande maggioranza alla quale è stato fatto credere che una svalutazione del 30% in un anno di una ipotetica divisa nazionale sarebbe stata un disastro senza precedenti e avrebbe reso drammatico l’approvvigionamento energetico. “E la benzina, come pagheremo la benzina?” gracchiava qualche giorno fa, coram populo televisivo, una onorevole cretina di cui nemmeno ricordo il nome.

Mi guardo bene dal pensare che le due situazioni siano, nel bene e nel male, del tutto equivalenti, ma mi guardo anche bene dai catastrofismi indotti e retribuiti dagli ambienti bancari e finanziari oltreché dai detentori di grandi quantità di liquidi nei paradisi fiscali o di beni mobiliari in genere, ovvero dai principali soggetti che trarrebbero danno dall’abbandono dell’euro. Rimane tuttavia l’inspiegabile iato cognitivo ed emotivo tra l’indifferenza pressoché totale per il calo reale dell’euro e l’allarme spropositato in merito alla svalutazione di una eventuale moneta nazionale. E questo forse ci dà indicazioni sui grovigli subliminali che stanno dietro l’attaccamento alla moneta unica e all’europeismo di maniera che lo supporta in veste di vago contenitore ideologico.

Si tratta di un senso di un pervasivo senso di sfiducia, di una sensazione di minorità, di una mancanza di autostima del Paese che si esprime da un lato con l’insicurezza, la tendenza a dipendere da altri e a lasciarsi colonizzare, alternato e esplosioni di narcisismo compensativo. Sentiamo di aver bisogno di tutele e mentre ci abbandoniamo senza ritegno ai nostri vizi, tolleriamo ogni cosa, ci sentiamo al contempo inadeguati e cerchiamo rifugio da qualche parte. Per lunghi decenni l’Europa è parsa un rifugio dai noi stessi, un’ ancora di salvezza di volta in volta dalle ingerenze della Chiesa, dalla Dc degenere dell’andreottismo, da Berlusconi e dai suoi bravi, dalla corruzione dilagante e per certi versi anche dallo strapotere di Washington esercitato con le buone e con le cattive. Rifugio contro qualcosa che tuttavia non abbiamo rinunciato a praticare nel quotidiano. Non è una psicoanalisi da nazione, quanto piuttosto la storia di emozioni e rimozioni collettive che vanno dal banale quotidiano su verso l’albero morto delle idee. Pensiamo tanto per fare un esempio terra terra, che mentre da ogni dove e pateticamente si invita a “comprare italiano”, non c’è nemmeno un miserabile prodotto da bancarella che abbia un nome italiano e non faccia il verso all’inglese, non certo per necessità di mercato globale (anzi i nomi italiani o di suono italiano sono molto gettonati nelle produzioni asiatiche, dalle auto alla recentissma Lenovo, maggior produttore mondiale di computer), ma per subliminale sfiducia che ci porta persino ad abbandonare la lingua, come segnale di origine, come se cose serie non potessero essere prodotte in Italia e nel caso avvenisse è meglio non farlo sapere in giro. Il che detto tra parentesi è un clamoroso errore di mercato. No, come compenso  ci accontentiamo del falso e fumoso nazionalismo cibario di squali e sciacalli alla Farinetti.

Anche questo serve a spiegare come mai  dopo aver scoperto che l’Europa è matrigna di democrazia, che la moneta affidataci è un clamoroso fallimento, che la Ue è vergognosamente addict della Nato anche contro i suoi stessi interessi, al punto da tollerare ai suoi vertici estremisti della guerra che suscitano critiche e inquietudine anche a Washington, non riusciamo né ad essere protagonisti di una svolta, né ad abbandonare il recinto e la condizione delle vittime sacrificali. Meglio mal accompagnati che soli: ecco la stima che abbiamo di noi stessi del resto suffragata dall’ultimo ventennio. La difficoltà ad abbandonare certi topoi, la sovrumana fatica nel cambiare gli schemi e dare retta all’evidenza, non è solo un fatto intellettuale, ma nasce anche da questo contesto.

 

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