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Ucraina, la sconfitta e la nevrosi americana

B-OoUJGCUAAW0PILa famiglia del presidente Poroshenko ha già lasciato l’Ucraina: il tentativo disperato e grottesco del fantoccio di Kiev di assicurarsi una posizione di forza ai colloqui di pace si è risolta in un disastro. Ha lasciato che le sue migliori truppe fossero circondate e sconfitte a Debaltsevo perdendo migliaia di uomini e un colossale quantitativo di armi pesanti. Adesso l’univa via di uscita prima di essere fatto fuori dagli amici nazisti i cui “battaglioni volontari” agiscono ornai fuori controllo in gran parte dell’Ucraina meridionale, è quella di tentare di coinvolgere ancora di più Usa e Europa nel conflitto, patteggiando la propria salvezza con la minaccia di allargare il conflitto e portare ilmondo alle soglie della guerra.

Se Hollande e la Merkel sono volati da Putin prima del vertice di Minsk è stato per tamponare il disastro e per sconfessare indirettamente Poroshenko con la sua fallimentare politica che ha portato alla balcanizzazione dell’Ucraina, anzi, ancora di più alla sua somalizzazione incipiente. Ma non si può certo addossare tutta la colpa al cioccolataio di Kiev se questo è il risultato finale del maldestro tentativo di Washington di risucchiare l’Ucraina nel suo impero colonial -ideologico e della cecità europea che invece di evitare il disastro ha fornito bordone e pretesti alla disgraziata avventura. La quale è nata dal maniacale tentativo di accerchiare militarmente la Russia, ma nel quadro di una “organizzazione bordeline” della politica Usa ormai incapace di misurare la realtà e piuttosto tesa ad azioni e reazioni, come dire, primitive, ancorché complesse su piano pratico.

Naturalmente attribuire a un intero Paese una sindrome nevrotica è in un certo senso un gioco, che però può anche essere utile a rappresentare il contesto conoscitivo oltre che emotivo nel quale agisce una ristretta classe dirigente ereditaria la quale ha ormai come abitudine di creare e consolidare bugie che rappresentano la propria parte oscura, piuttosto che quella dell’avversario. Per esempio, ma è davvero solo uno per non farla troppo lunga, durante la “guerra di Libia” Hilary Clinton si inventò di sana pianta il fatto che Gheddafi distribuisse viagra alle proprie truppe perché stuprassero meglio. Naturalmente toccò in seguito ad Amnesty, smentire questo tocco di raccapricciante colore aggiunto per giustificare ancora meglio una guerra assurda. E fin qui menzogna più, menzogna meno, la cosa non stupisce più di tanto. Ma diventa più significativa quando si apprende che la distribuzione di viagra è fatto comune fra le truppe americane fin dal 1998 anno nel quale furono stanziati addirittura 50 milioni di dollari per un rifornimento di 5 o 6 milioni di pillole blu.

In questo contesto di risposte elementari tutte giocate sulla dialettica amico nemico, bene e male, non è difficile comprendere come nei Balcani l’autodeterminazione fosse il valore supremo e come tale propagandato dai media, mentre in Ucraina diviene il male assoluto atto a giustificare una terrificante raffica di menzogne (sul boeing malese per esempio) coltivate su una sfrenata e persino ridicola demonizzazione di Putin e su un ribaltamento della realtà. Inutile aggiungere che questo elemento patologico che si sovrappone al governo dell’impero rende la situazione ucraina e i suoi recenti sviluppi molto più pericolosa di un gioco a scacchi razionale sul filo del potere e della diplomazia. Dopo Poroshenko cosa accadrà? Washington armerà e sosterrà gli squadroni della morte che già spadroneggiano nella parte sud occidentale del Paese? Accetterà una separazione dell’Ucraina in mancanza di un governo che tra nazisti e  magnati gangster sia rappresentativo? Farò una qualche marcia indietro o preferirà piuttosto proteggere il proprio io con la guerra?

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