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A Roma di rosso ci sono solo le luci

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che strani tempi viviamo, che strana gente pretende di comandarci. Parlano di modernità e sono come l’angelo della storia che cammina avanti con la testa girata all’indietro, nostalgici di antiche e vecchie barbarie, di eventi festosi e fastosi della belle epoque dove le magnifiche sorti e progressive dell’illuminazione, delle scienze, della medicina facevano da contrappunto a tremende disuguaglianze, dove nelle capitali si ballava il can can e si preparava la danza macabra della grande guerra, quando gli emigranti partivano con il Sirio e i ricchi viaggiatori si imbarcavano sul titanic uniti per una volta dalla stessa morte, anche quella ingiusta nella divisione delle scialuppe.

Così in coincidenza con l’apertura dell’esposizione universale di Milano, a Roma si inaugurerà il quartiere delle donnine allegre, come venivano chiamate allora, che oggi per fortuna nessuno pensa più che la vendita del proprio corpo, lo sfruttamento fino alla schiavitù che ne fanno magnaccia e papponi possa essere origine di buonumore.

Dopo molte polemiche  il presidente del IX municipio Andrea Santoro è sicuro: ” Entro fine aprile” verrà costituita un’area dedicata dove raccogliere un centinaio di ragazze che oggi si prostituiscono in 18 vie dell’ Eur, con l’intento di  “eliminare la prostituzione dalle strade del quartiere”.  Il progetto ha avuto l’avallo di una donna, il superassessore Alessandra Cattoi, pare abbia il consenso del prefetto, che avrà l’ultima parola sulla delimitazione della zona a luci rosse – anche la definizione è ormai un bel po’ antiquata rispetto alla tradizione europea  – che potrebbe insistere  su via Romolo Murri, via delle Tre Fontane e, soprattutto, viale di Val Fiorita, tra la stazione della metro B Eur Magliana e il cavalcavia che precede il Luneur. E si dovrà risolvere in un tavolo interistituzionale il problema della sicurezza e quindi della presenza delle forze dell’ordine.

E avrebbe l’appoggio del sindaco Marino che con piglio equanime vorrebbe che alla “vetrina” di ragazze in vendita si accompagnasse la gogna per i clienti con tanto di dettagliata causale sulla multa inviata a casa. Scontenti invece i residenti della concentrazione di ragazze che “battono il marciapiede” in strade che  di pavé sono sprovviste, e anche di lampioni e segnaletica. Inviperiti contro un progetto  che al municipio e al Comune dovrebbe costare circa 5mila euro al mese per retribuire le unità di strada, soprattutto camper con operatori formati e mediatori culturali, rappresentanti della Asl di zona e sanitari, coadiuvati da associazioni del volontariato impegnate nella “redenzione”. Furibondi alla prospettiva di quel bubbone avvelenato, sotto le loro finestre, accanto alle loro scuole, che attenta al sereno svolgersi della vita delle famiglie, che magari  mariti e padri per qualche innocente evasione dovranno andare in trasferta in altri rioni.

Abbiamo poco da sperare in un sistema sociale che non risolve i problemi: la prostituzione continua ad essere un brand tra i più profittevoli delle mafie, incrementato dalla tratta delle bianche che avviene nelle pieghe dell’immigrazione forzata, dall’import di schiave che segue ondate etniche, prima quelle dell’Est, poi le africane, deportate anche attraverso le frontiere virtuali di Schengen. Abbiamo anche appreso che le più belle, le più giovani sono impiegate dalla criminalità in grisaglia e in doppiopetto, che ne fa merce di scambio nel sistema degli appalti, per generare consenso elettorale, come merce in permuta per aggirare controlli preoccupanti, per blandire sorveglianti troppo occhiuti.  Possiamo anche dedurre da fattacci di cronaca che precarietà e disoccupazione abbiano allargato il bacino di quelle e quelli che sono costretti a vendersi, con dolore e vergogna, perché anche in questo commercio allignano le disuguaglianze, e c’è chi può permettersi di dimorare all’Olgettina  e chi deve battere l’Eur o accendersi un fuoco sull’Aurelia.

Ma la risposta è sempre quella di  respingere, escludere, confinare non i mandanti, non gli schiavisti, poco gli scafisti, pochissimo quelli dei bus e dei Tir dall’Est, bensì le vittime. Arrivano i profughi e li mettiamo nelle periferie già sofferenti e degradate, in modo che si creino le condizioni per la fisiologica trasgressione, per lasciare locali e nuovi arrivati alla mercé degli impresari della paura, della diffidenza e della violenza. Arrivano i disperati e li rinchiudiamo in campi di prigionia, già condannati per irregolarità, già puniti per clandestinità.

Si, la risposta che sappiamo dare è rinchiudere dietro a muri veri o virtuali, bandire dagli occhi e dalle coscienze,  radunare per meglio controllare e meglio reprimere. E, perché no? ammassare in una deportazione interna, concentrare per esporre alla riprovazione, per quella forma di tolleranza amministrativa e burocratica che suona ancora più infame della condanna morale dei benpensanti, più brutale delle retate di polizia.

La risposta è farci intendere che lo Stato ci difende. Dalle disperate e dai disperati, dalle prostitute e dagli immigrati, da eversori, a volte scrittori,  che non vogliono la Tav, da operai incazzati perché gli si ruba il lavoro, da famigliari di lavoratori morti di cancro. Mentre siamo noi a doverci difendere da chi usa lo Stato dietro il paravento della democrazia sfinita per sfruttarci, cacciarci per strada, venderci come merci a poco prezzo.

 

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