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L’upgrade italiano: Napolitano 2.0

matteo-renzi-gelato-mattarello-584302Improvvisamente il Paese ha scoperto che esiste un certo Sergio Mattarella e che egli è l’ideale per ricoprire la carica di Presidente della Repubblica. Il fatto è abbastanza significativo perché pochi, appresa la notizia della candidatura, lo hanno riferito al Mattarellum che prende questo nome proprio perché fu lui, l’inquilino del Quirinale in pectore di Renzi, ad essere il relatore della legge elettorale maggioritaria che regalò all’Italia il Berlusconi rampante. Significativo perché identifica immediatamente il personaggio non nel quadro delle personalità di spicco, ma in quello grigio e indistinto dei corridoi di partito, delle carriere per meriti familiari, in un certo anonimato politico che non riesce mai ad essere protagonista o antagonista, ma solo parte sommersa della corrente.

Non vedo perché Berlusconi non dovrebbe votarlo: sembra il candidato ideale per portare a termine la manomissione della Costituzione pur presentandosi o essere presentato come un difensore della stessa e per non proporre nessun indizio sul fatto che sarebbe capace di opporsi in qualche modo alla deriva oligarchica effettuata a colpi di Italicum  o rappresentare una diga contro la cessione di sovranità e le imposizioni delle varie troike, ancora più occhiute dopo le vicende greche e la riscoperta di un’opposizione sociale. Certo Mattarella non ha mai amato l’ex cavaliere e i suoi conflitti di interesse e da questo punto di vista potrebbe costituire una forzatura rispetto alle parti più oscure e opache del patto del Nazareno o semplicemente l’ennesima trovatona mediatica del guappo, ma il fatto è che la sua candidatura rappresenta in un certo senso la sconfitta del Paese.

Moroteo, figlio di un boss democristiano, esistente nel punto zero tra un fratello ucciso per motivi ancora inesplorati dalla mafia e un padre che ebbe non poche disavventure in questo senso (vedi nota*), completamente sconosciuto oltre i confini e dunque non dotato in nessun modo del prestigio cui si faceva riferimento nei giorni scorsi, egli non rappresenta in nulla il cambiamento che molti auspicherebbero compresi quelli che del movimentismo parolaio e senza senso hanno fatto un feticcio. Per età, per ontologica appartenenza di casta, per sesso, per una storia che affonda le sue radici nei lati illuminati e oscuri della Dc, non rappresenta alcuna discontinuità con il passato, anzi è una scelta di conservazione assoluta.

Non si capisce bene quale differenza ci sia con la candidatura di Marini posta prima della rielezione di Napolitano e che destò tanto scandalo proprio per la sua continuità col passato il quale del resto è quasi interamente sovrapponibile a quello di Mattarella, fatta salva la nascita e l’attività sindacale. Eppure al tempo Renzi disse che “votare Franco Marini oggi significa fare un dispetto al Paese”. Così è se vi pare, anzi se pare al guappo di Rignano. In effetti il candidato del Pd si configura come un Napolitano 2.0: ma questa volta il gatto e la volpe ossia lo spregiudicato e il pregiudicato, non vogliono qualcuno che nel bene e nel male, abbia una preponderanza nel definire e guidare gli assetti politici. Renzi e Berlusconi non vogliono un re Giorgio, ma essere loro stessi re. Re Silvio e Re Matteo.

 

 “Nel novembre del 1963, la Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Donato Pafundi, si era rivolta al Centro studi ed iniziative di Partinico per sapere se poteva fornire documentazione utile all’attività della Commissione. Dolci pensò di incentrare la ricerca sui rapporti tra mafia e politica e cominciò a raccogliere documentazione sull’uomo politico democristiano Bernardo Mattarella, più volte ministro ed al tempo ministro in carica. Ovviamente, non è che tutta la problematica dei rapporti tra mafia e politica in Sicilia si esaurisse nella persona di Mattarella, ma quello era l’uomo politico più rappresentativo ed influente della zona in cui Dolci operava e quindi su di lui si concentrò l’attenzione. Provare che un politico abbia rapporti con la mafia non è certamente impresa semplice. Si ritenne allora di valutare gli spostamenti del ministro in questione durante le campagne elettorali, registrando tutti i casi in cui egli si era pubblicamente incontrato, in occasione di comizi o altre manifestazioni, con mafiosi conclamati o sospetti mafiosi; ovvero di registrare tutti i casi in cui mafiosi conclamati, o sospetti mafiosi, avevano pubblicamente assunto iniziative di sostegno elettorale del predetto ministro. La documentazione raccolta consisteva in dichiarazioni, ciascuna sottoscritta da uno o più testimoni, che attestavano singoli e circostanziati episodi, rilevanti nel senso predetto. Tutti i testimoni erano disposti ad essere sentiti dalla Commissione, per confermare a voce le dichiarazioni rese per iscritto. Le prime cinquanta testimonianze vennero consegnate alla Commissione parlamentare antimafia il 22 settembre 1965. Lo stesso giorno Dolci tenne una conferenza stampa al Circolo della stampa di Roma per rendere di dominio pubblico che quel determinato materiale era stato consegnato alla Commissione. Scopo dichiarato era quello di impedire che, a quel punto, la Commissione antimafia non desse seguito alla iniziativa. Immediatamente, Bernardo Mattarella, Ministro per il commercio con l’estero, e Calogero Volpe, Sottosegretario alla sanità, anche lui chiamato in causa, presentarono querela per diffamazione. Il processo, dinanzi alla IV sezione penale del Tribunale di Roma, ebbe inizio il 20 novembre 1965. Avvocati difensori di Mattarella erano Giovanni Leone (nel dicembre del 1971 eletto Presidente della Repubblica) e Girolamo Bellavista, quest’ultimo del Foro di Palermo. Poiché la questione era diventata di competenza del giudice penale, la Commissione parlamentare antimafia dichiarò di non poter assumere alcuna iniziativa, per non interferire con l’operato della Magistratura. La strategia della difesa di Mattarella fu quella di sostenere che le accuse di rapporti con la mafia altro non erano che una montatura politica e che i testimoni erano militanti o simpatizzanti di partiti avversi a quelli del Ministro. La difesa di Dolci ed Alasia cercò allora di produrre nuove testimonianze, indicando persone al di sopra di ogni sospetto, come don Giacomo Caiozzo, sacerdote di Castellammare del Golfo. Gli avvocati di Mattarella si opposero all’ammissione di nuovi testi. Disse tra l’altro l’avvocato Leone: “La causa, essendo già sufficientemente istruita, non postula la opportunità di nuovi accertamenti. Il processo non può e non deve uscire dai suoi limiti, in esso non si possono affrontare problemi generali dovendosi esso riferire a problemi personali…” (13). Il Tribunale accolse questa tesi. Con tale decisione, la posizione processuale degli imputati era definitivamente pregiudicata. In altri termini, la Commissione parlamentare antimafia aveva rinunziato ad esprimere un giudizio politico sulla vicenda, dal momento che della questione era stato investito il Tribunale competente. Il Tribunale ritenne che non si dovevano affrontare questioni generali, perché la controversia era limitata alla tutela della onorabilità di persone. Ciò equivale a dire che di una quisquilia come quella di appurare se nella Sicilia Occidentale ci fosse effettivamente un sistema clientelare-mafioso nel quale erano coinvolti ministri della Repubblica in carica, nessuno poteva occuparsi. Con una lettera del gennaio 1967, Dolci ed Alasia comunicarono al Presidente del Collegio giudicante la loro decisione di astenersi, per protesta, dal partecipare alle ulteriori udienze. Dolci fu condannato a due anni di reclusione e a 250 mila lire di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena, però, fu condonata. Bernardo Mattarella uscì vittorioso dalla contesa giudiziaria, ma a partire dal 23 febbraio 1966, quando si costituì il terzo governo Moro, non fu più ministro. Lo stesso materiale documentario relativo al processo è stato pubblicato, in precedenza, nel libro “Chi gioca solo” (Torino, Einaudi, settembre 1967). E’ particolarmente penoso rievocare questa vicenda pensando che il figlio di Bernardo, Piersanti Mattarella, morrà, ucciso dalla mafia, il 6 gennaio 1980, mentre ricopriva la carica di Presidente della Regione.”

Sia ben chiaro che Sergio Mattarella non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma nemmeno ha a che vedere con benemerenze antimafia.

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