Site icon il Simplicissimus

Soldati di carta

Annunci

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi parrà un’annotazione frivola ma non so se avete osservato che gli attori nel teatro parigino: politici, porte-parole, corrispondenti delle nostre tv, perfino passanti e testimoni degli ormai innumerevoli reiterati e smentiti inseguimenti e sparatorie, indossano cappotti, giacconi, impermeabili con mostrine, spalline vistose, galloni e passamanerie dorate, che evocano divise e uniformi. Come i re travicelli, i diplomatici nelle operette,  i dittatorelli degli stati di Bananas che si disegnano improbabili tenute da generali o da ammiragli con i pennacchi e le nappe d’oro e gli spadoni che pendono dal fianco.

Ha proprio ragione il Simplicissimus oggi a sospettare della chiamata alle armi della soldataglia, schierata in trincea contro il nemico alle porte in modo da distrarla dal nemico in casa. E infatti tronfie e boriose si sentono in guerra le comparse dei talkshow, impegnate in studi strategici,  in grandi manovre virtuali, in analisi tattiche, che a codardoni e vigliacconi sotto padrone, che sopravvivono stentatamente grazie all’ubbidienza e all’adattamento in modo da consolidare ancora per un po’ la seduta su poltrone traballanti, piacciono i giochi di guerra, le carte geografiche con le bandierine, le grandi manovre in modo da convertire in eserciti legioni di precari e – perché no? – per sentirsi una volta tanto comandanti invece che attendenti messi a lustrare gli stivali dei loro capi.

E d’altra parte anche l’Europa che chiama a raccolta intorno alle su radici, all’antica superiorità, ai suoi capisaldi e valori, ha voglia di giocare alla guerra da condottiero invece che da rampa di lancio, da addetta alla cambusa, da intendenza che segue, da fornitrice di mercenari, agli ordini del solito padrone, quello che una volta non avevamo pudore di chiamare “imperialismo” e che oggi muove le sue guerre da comandi generali nei quali detta  legge e impartisce ingiunzioni la classe  che ha vinto, unendosi al contrario dei proletari di tutto il mondo:  quella  implacabile   “cupola” planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma quel capitalismo transnazionale che domina il mondo,  grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori,  che vengono gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini.

Oggi abbiamo ritegno a parlare di imperialismo anche se è uno dei contenuti irrinunciabile dell’azione della classe dominante, perché ci piacerebbe essere ugualmente disertori nelle guerre della Nato  che  bombarda la Libia o la Siria, l’Ucraina o il Mali,  come in quelle  di Gheddafi, Assad o Putin, o peggio ancora  dell’integralista di turno.

L’immensa ricchezza che il capitale è in grado di produrre e che potrebbe fornire benessere e libertà all’umanità poggia su pilastri culturali e su una architettura sociale arcaica, come arcaica è la perseveranza nel costruire un nemico per giustificare la sua guerra contro il nostro riscatto, contro le democrazie, contro le nostre conquiste, cancellate o tradite.

Eppure qui da noi dove il padronato e il governo che interpretano quegli ordini togliendoci dignità, diritti, sicurezze, beni comuni, e là in quei paesi in eterna guerra, c’è ancora una parte giusta e una ingiusta e sbagliata. Eppure il loro dio che voleva trascinare il cielo in terra, scavando abissi di disuguaglianza, creando e moltiplicando disoccupazione e precariato, rovesciando formidabili flussi di merci in mercato dove ci sono sempre meno acquirenti, contando sull’infinità della natura, indebitando sempre più cittadini, popoli e stati, delocalizzando per dirottare gli investimenti sugli strumenti del gioco d’azzardo finanziario, con l’accaparramento, sotto varie forme, delle risorse principali di paesi minacciati, aggrediti o colonizzati,, obbligando i lavoratori a sottomettersi per “competere”, per vincere la sfida della concorrenza contro altri lavoratori, in modo che diventino infine tutti ugualmente ricattabili, tutti più poveri di salari e diritti.

Ma non possiamo permetterci di aspettare il catartico suicidio del capitalismo. È sempre più improrogabile il disegno di una visione alternativa, uno scenario altro  che coaguli la solidarietà internazionale al posto dell’inimicizia, che amalgami bisogni e diritti al posto di paure e diffidenza, che richiami alla rivendicazione in sostituzione della vendetta, che inciti alla liberazione dalla soggezione. E guardate che non è utopia, è l’unica salvezza che abbiamo.

 

 

Exit mobile version