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Roma, la politica impastata col cemento

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente, verrebbe da dire, l’inchiesta sul tossico Mondo di mezzo rivela il retroscena non certo inatteso del coinvolgimento  di un costruttore, sia pure di secondo piano rispetto alle cordate invincibili dei veri padroni della città. Non è certo uno degli imperatori del cemento quel Guarnera     considerato uomo di fiducia di Massimo Carminati, padrone comunque di un tesoretto di immobili e terreni per un valore di circa 13.350.000 euro, barche, auto e moto, ora sottoposto a sequestro e di altre proprietà delle quali è intestataria la  società Edilizia Piera Srl.  Finalmente, che ormai la speranza di una pulizia decisiva nell’antropologia del ceto dirigente romano e italiano è affidato interamente alla magistratura e soltanto così possiamo augurarci che pian paino di giunga al disvelamento degli interessi che si celano per esempio dietro alla Metro C, speculari a quelli  dell’ostinata ossessione che promuove altre grandi opere: Tav, Mose, ponti piccoli e grandi, fatti, da fare, da non fare che anzi si guadagna di più, autostrade deserte,  Expo e sue infrastrutture di servizio.

Finalmente perché un pregio, amaro, l’inchiesta l’ha avuto, quello di smentire il dualismo: da una parte politica velenosa e dall’altra cittadinanza virtuosa, rendendo palese una rete di correità diffusa, un clima di indifferenza disincantata nel quale tutti sapevano, del quale tutti, potendo,  avrebbero approfittato, con il quale tutti partecipavano a vario titolo allo sfruttamento di gerarchie di disperazione, disadattamento, marginalità. E ci sarebbe da auspicare, ad essere tristemente ottimisti,  che la riprovazione che proprio a motivo di ciò ha suscitato, conduca a  identificare le altre e più alte responsabilità, altre e più alte connivenze, altri e ben più alti profitti, confermando che il brand criminale, ben oltre alla banda del buco romana, è riconducibile a una cupola molto più vasta e ramificata, un’occupazione “militare” di settori diversificati, che, ha ben ragione Pignatone, si avvale di   modalità e procedure di affiliazione, consenso, ricatto e intimidazione propri del sistema mafioso, egemonica nelle aggiudicazioni delle gare per opere e servizi, ramificata nelle partecipate, attraverso una pratica clientelare, con il voto di scambio, con l’esasperazione del vecchio familismo, con l’infiltrazione corruttiva che ha permeato la società, rendendo la licenza legale se non legittima, con l’esaltazione del  consociativismo declinato a tutti i livelli territoriali e decisionali, tanto da diventare racket, spartizione, inciucio, larga intesa.

Finalmente perché l’irruzione non imprevista di un boss sia pure “ausiliario” del business e del padronato che indirizza da decenni la politica romana, dovrebbe riportare anche lo sdegno, spontaneo o pilotato alla realtà, che assistenza sociale a migranti e rom, pulizia delle strade e dei parchi pubblici, gestione dei servizi di pulizia degli enti pubblici, raccolta dei rifiuti, emergenza maltempo, gestione della crisi abitativa sono settori secondari  ma germinati e funzionali rispetto a quelli che generano ormai gli unici profitti: il finanziamento delle grandi opere, le cosche degli appalti, il gioco di scatole cinesi dei fondi, ma soprattutto la liquidazione del Paese, la sua svendita grazie all’imposizione di una religione e dei suoi sacerdoti al governo, quella della privatizzazione.

La vicenda romana ne è un caso di studio, un laboratorio esemplare di sperimentazione, nel  quale la gestione sociale della città è stata data in outsourcing, come direbbero alla Leopolda, offerta in appalto opaco e avvelenato a poteri sostitutivi, a organismi privati che moltiplicano i costi, peggiorano i servizi, inaspriscono arbitrarietà e disuguaglianza, oltre a incrementare il debito pubblico, creando profitti oscuri di pochi e impoverimento di troppi, condizionando mercato e concorrenza, grazie al ruolo dominate di alcuni monopolisti che circolano ovunque e instancabili  come vermi sul corpo in putrefazione del Paese,

Dietro a tutto questo, alla faccia di opinionisti oltraggiati, economisti sorpresi, sociologi pensosi, c’è una ben identificabile oligarchia che fa affari grazie alla sua poliedricità accomunata dalla stessa avidità e dalla stessa aspirazione, coniugare potere e soldi, soldi che portano potere e potere che fa accedere e accumulare soldi, soldi nelle loro varie forme, “roba” e roulette finanziaria immateriale.

I malavitosi romani, la manovalanza nera come i cooperatori un tempo rossi, ne sono l’espressione locale e su scala minore, folkloristica e  ruspante a cominciare dai soprannomi, il Cecato o Provolino, figure quasi ridicole e tavole calde triviali  rispetto alle cerchie e ai ritrovi Bilderberg, Aspen Institute, Trilaterale. Ma l’humus, il terreno di coltura è quello, concimato dal conflitto d’interesse, nutrito dallo sconvolgimento delle regole, convertite in licenze arbitrarie, alimentato dalla convinzione praticata che tutto si può vendere e comprare, elezioni, cariche, rappresentanza, beni comuni, coltivato dalla fine del lavoro trasformato in servitù, regredito a precariato e incertezza a beneficio di azionariati che vivono di speculazione e gioco d’azzardo a spese di stati che hanno perso identità e sovranità. E nel quale la corruzione è l’esercizio di lobbying di un  capitale senza legami nazionali, che  agisce per i suoi interessi contro quelli della maggioranza della collettività e in  dei lavoratori, che a questo scopo vuole, e ci sta riuscendo, cancellare diritti, leggi, giustizia, democrazia, con la correità esplicita di chi dovrebbe garantirla e tutelarla. Cambiano le lingue e i dialetti, cambiano le voci più o meno educate, ma il pensiero comune è quello di Carminati: “Ci si muove solo di guadagno, compà … altre cose non interessano”.

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