Se le formiche, nel loro piccolo, non s’incazzano

formica-ditoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il presidente di Confindustria, che insieme a Renzi ha presenziato all’inaugurazione del nuovo stabilimento del gruppo Bonomi a Brescia, è compiaciuto:  “Con il premier”, ha detto, ”abbiamo lo stesso obiettivo: tirar fuori il Paese da questa spirale. Magari le soluzioni possono anche essere diverse perché nei momenti di grande transizione nessuno ha la verità in tasca, ma una costante ci accomuna: cuore, passione e determinazione”.

Tutti d’accordo, tutti sulla stessa barca, tutti mobilitati in nome dell’interesse generale, tutti motivati a farci “credere nel tricolore”? E tutti persuasi che ci crediamo?qualche incrinatura nel ritratto di Matteo Gray, dietro al quale si intravvedono le fattezze dei soliti padroni, c’è magari, ma ad intermittenza, le obiezioni sono timide, l’opposizione è in letargo: a forza di essere costruttiva con il nemico ha distrutto se stessa.

Succedeva di sicuro anche nell’età dell’oro di Pericle, che se uno si permetteva di criticare il governo di Atene e le misure disposte dal tiranno, venisse subito, sia pure nella disuguaglianza di responsabilità, mezzi, strumenti, compresi quelli del ricatto, sollecitato a esprimere una contromisura, un’alternativa, pena la condanna al disfattismo, all’accidiosa e inetta impotenza, alla frustrazione degli esclusi loro malgrado.

E figuriamoci se non succede oggi che anche il più modesto blogger, a fronte del poderoso dispiegamento di un incondizionato consenso e di un entusiasta assoggettamento di media a opinione pubblica al premier e alla sua logica tutta tatcheriana dell’impossibilità di opporre qualsiasi pensiero “altro” rispetto alla necessità, all’austerità sia pure espansiva, alle forbici, al commissariamento dall’alto, da dentro e da fuori i confini, viene richiamato all’ordine e richiesto di esprimere in tempo reale opzioni e soluzioni differenti ma immediatamente praticabili, operative, realistiche, con la pretesa nemmeno tanto sommessa che solo così si può rivendicare diritto di opinione, autonomia di giudizio, che di ascolto e partecipazione alle scelte, per legge e potenza di regime, nemmeno si parla più.

Insomma tra le tante facoltà negate al primo posto si colloca quella di opporsi, di giudicare, magari con la speranza di contribuire a far circolare idee che possano mettere in crisi l’egemonia culturale del neoliberismo, aprendo la via al progetto di una società egualitaria, inclusiva e sostenibile, mica la rivoluzione tutta e subito. E certo era quasi inevitabile questo affidarsi alla corrente e al vento che soffia sempre nella direzione dell’autoritarismo, dello sfruttamento, della limitazione di democrazia, se da almeno 40 anni condanna alla minorità quando non all’esclusione chi pensa diversamente, grazie ai potenti mezzi della comunicazione, della propaganda, dell’istruzione, a cominciare dalla manualistica universitaria, economica, storica, statistica, fino a quelli disposti dall’obbligo pragmatico, quello sì, alla rinuncia di sicurezze, garanzie, diritti.

Ma senza nessuna ambizione di opporre al forza delle idee agli interessi costituiti, pur consapevoli che mai come ora da cagnolini pavloviani, inclini al conformismo, per modello culturale e di consumo, siamo stati retrocessi a cavie che si arrampicano e scivolano giù dalle scalette di una gabbia di mutui, debiti, perdita di beni e garanzie,  pur consci che così va il mondo e esiste una dotta pubblicistica scientifica che confermerebbe la tendenza ad adeguarsi a convinzioni comuni della quale ci persuade il potere vigente, anche se sospettiamo siano errate e controproducenti, eppure qualche principio, qualche orientamento  dei tanti scaturiti da menti e intelligenze del passato potrebbe fare da stella polare anche oggi. Per non parlare del normale buonsenso che, sia pure ridotto al lumicino dall’egemonia dell’ideologia mainstream, sembra ogni tanto palesarsi perfino tra economisti pentiti, nostalgici del marxismo, innamorati  disincantati della democrazia, colpiti dal sospetto che stiamo curando la malattia usando i veleni che l’hanno prodotta.

I contesti su cui esercitarsi sono poi gli stessi dell’età di Pericle: la centralità del lavoro e il ripristino delle c0nquiste e delle condizioni di garanzia che ne fanno il perno della dignità e dell’esprimersi dell’individuo, la lotta alle disuguaglianze, non solo nella loro qualità di fattori di iniquità sociale, ma anche per il loro carattere di agenti  di distorsioni rispetto all’efficienza economica, alla competitività, allo sviluppo omogeneo del Paese, riappropriazione della sovranità statale in materia economica, la cui rinuncia si fonda su trattati tra nazioni, impari e difformi, non sull’appartenenza e adesione a un disegno di unità politica e sociale. Grazie alla quale, peraltro, lo Stato  potrebbe riassumere un ruolo di motore di occupazione  e di interventi volti all’interesse generale: tutela del territorio, manutenzione dei beni culturali, salvaguardia del paesaggio, al posto di grandi opere che si sono rivelate utili solo nell’alimentare interessi particolari, tramite corruzione, malaffare, concentrazione nelle mani di poche cordate inviolabili. E poi contrasto alla supremazia intoccabile delle “rendite”, convertite in egemonia degli azionariati, al gioco d’azzardo finanziario, che si nutrono grazie al crimine: evasione, corruzione, riciclaggio e che si mantengono grazie a una cornici di leggi che si arricchiscono sempre di più proprio come loro, mediante “semplificazioni” che annullano controlli e vigilanza, attraverso la limitazione di garanzie e diritti dei lavoratori, grazie alla riduzione dello stato sociale che estende un mercato di servizi messi in liquidazione e offerti a prezzi stracciati. Ma anche in virtù della tenace difesa di privilegi castali, a cominciare dall’inamovibilità, dall’impunità, dal consolidamento dei meccanismi di nomina riservati al ceto politico, in dileggio dei pronunciamenti della Corte e del popolo, in aperta derisione di referendum in materia di finanziamento, come di beni comuni tra i quali la Carta occupa il primo posto.

Spetta e compete a tutti immaginare un’altra politica, un’altra economia, un’altra società. E aspirarvi. E volerle. E renderla più reali del tremendo e grigio incubo che ci stanno facendo sognare.

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4 responses to “Se le formiche, nel loro piccolo, non s’incazzano

  • carlomoriggi

    ..sensibilizzare; la cosa più complessa e difficile da fare in questo “nostro tempo”. Società interamente “condizionate” per non dire corrotte (..le masse all’inizio, a loro insaputa… fattore indispensabile per successive coercizioni) ma era ieri quindi un vissuto non più “detraibile”, allo stesso tempo modello unico di uno spaccato esistenziale ancora e troppo
    facilmente percepibile, recente.. ma ogni giorno più distante.
    Coccolati (si fa per dire), addormentati, plagiati con ogni sorta di diversivo accattivante, reso possibilistico anche a fronte di una cultura onesta rispetto a una disonesta… marcatamente personalizzabile e multifunzionale al caos organizzato. Possibilistico anche per i “bisogni” primordiali e più infimi; tanto perchè qualcuno non si allontanasse di molto dal genere animale, cioè dalla distinzione fra i tanti io comprensivi (razionali) da quelli autoritari (irrazionali). Manca agli occhi del mondo una personalità altra che possa essere riconoscibile da ogni orizzonte culturale per la sua espressione e visione del “tutto” senza essere manifestazione cieca di nuova icona religiosa o altra cricca speculatoria. Mi accontenterai anche di uno fra gli uomini più ricchi e potenti del mondo se questi alla fine si rivelasse come un filantropico miliardario col potere
    di dettare nuove e possibili regole di minima sopravvivenza fra gli umani.Non c’è certezza di tale esemplare.. questo è quanto.

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  • voltaire1964

    Roberto Casiraghi ha ragione. Tuttavia anche la storia e’ soggetta a discontinuita’ – le cui spiegazioni sono piu’ incerte, in contrapposizione ai casi citati, quali le due guerre mondiali o la rivoluzione americana. Esempi recenti possono essere Fidel Castro e Hugo Chavez – e anche un po’ Morales della Bolivia.
    Chiaro che oggi, con controllo totale su tutto e su tutti – specialmente e anche in accademia e grazie alle potentissime “stink tanks” – rivoluzioni politiche sembrano impossibili.
    Una via da tentare, semplice quanto si vuole, e’ ili promuovere – tramite i cosiddetti social media – la non-partecipazione assoluta a qualunque elezione. E’ vero che la feccia della feccia verrebbe comunque messa al potere. Ma, purtroppo, e’ questo che ci vuole per smuovere l’inerzia collettiva.
    Del resto i moderni “ribelli” – da contarsi con le dita di una mano – Snowden, Assange, Bradley Manning, hanno perlomeno esposto con prove inconfutabili, la corruzione endemica e totale della democrazia umanitaria neo-liberista. Ed e’ gia’ un passo avanti.
    Forse mi illudo… ma la speranza e’ pur sempre l’ultima dea.

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  • Roberto Casiraghi

    Il vero problema è dato dalla sproporzione delle forze in campo. Se il regime e il popolo sono i due contendenti, una fredda analisi ci rivela che il regime detiene oggi il 100% del potere e il popolo lo 0%. Perché? Non solo perché il regime ha il denaro, le armi, i media, la complicità dei servizi segreti e la capacità di influenzamento che sappiamo ma perché, come risultato di questi fattori di dominio prolungatisi per secoli, il popolo stesso ormai si sente più sicuro stando dalla parte del potere anche a costo di dover pagare un caro prezzo, per esempio quello di essere coinvolto suo malgrado in una guerra dai prevedibili esiti distruttivi. Se il popolo avesse la volontà di prendere decisioni contro il regime, lo avrebbe già fatto e non ci sarebbe stata né la prima né la seconda guerra mondiale. In più, il regime può neutralizzare facilissimamente qualsiasi tentativo che il popolo faccia per cambiare la situazione attraverso il meccanismo dell’infiltrazione in eventuali nuovi partiti e movimenti o la creazione di partiti simili ben finanziati con fondi riservati e promossi adeguatamente con la complicità dei media vassalli. La tela di ragno informatica rivelata da Snowden rende poi istantaneo il capire da quale parte possa provenire un eventuale pericolo per il regime e gli permette di correre subito ai ripari. Infine il nostro aver tollerato da sempre, e quasi idealizzato, i servizi segreti ha creato una condizione in cui i servizi possono letteralmente fare quello che vogliono al riparo da ogni responsabilità sconfinando, se vogliono, nell’illegalità più cruenta.
    Anche la storia dimostra che le cosiddette rivoluzioni non nascono per l’azione di piccoli gruppi che diventano piano piano dei grandi gruppi ma si sviluppano per un preciso calcolo politico di grandi potenze che vogliono indebolire altre grandi o medie potenze. Gli Stati Uniti diventano indipendenti perché è la Francia che li aiuta in modo determinante in funzione anti-inglese. L’Italia diventa unitaria perché, anche qui, è la Francia che ci dà una grossa mano visto il suo interesse a creare un contrappeso amico alle altre potenze rivali dell’epoca. Ed è certamente ironico che Garibaldi veda la sua Nizza ceduta alla Francia in cambio dell’appoggio transalpino ma ci fa anche capire quanto dobbiamo ai nostri cugini d’Oltralpe.
    Volendo quindi ragionare come farebbero i mostri sacri (o forse solo mostri tout court) della geopolitica dovremmo dire che fare appello all’etica è certamente importante per creare lo spirito giusto con cui affrontare un futuro migliore ma la spinta reale al cambiamento non può che essere data da nazioni che abbiano un interesse a mettersi di traverso al potere statunitense (esigendo, magari, in cambio una congrua contropartita). E in questo momento dove Cina e USA fanno esercitazioni navali assieme mentre Putin e Obama si spartiscono di comune accordo le spoglie dell’Ucraina non vedo nessun superpotere che abbia un interesse qualsivoglia a liberare l’Europa e l’Italia.
    Nessuno, purtroppo, si tira fuori dalla palude tirandosi per i capelli.

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