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Sursum Concordia

concordia_foto_5La tragedia si trasforma in festa come in un banchetto funebre etrusco. E del resto siamo in zona: il naufragio della Costa Concordia è avvento al largo del cuore dell’Etruria ed è forse per questo che una delle storie più funeste e incredibili della marineria italiana si è trasformata – pateticamente e paradossalmente – in una  success story, come si direbbe nell’ambiente governativo. Infatti Renzi oggi è a Genova ad accogliere l’arrivo del relitto e intestarsi il successo, una mossa più che scontata e che tuttavia qualche lutulento leccapiedi (si fa per dire, la parte linguisticamente più ambita è una altra) definisce geniale.

Addirittura, in mancanza di meglio, l’arrivo del relitto diventa metafora di una possibile rinascita e si levano deo gratias ai settanta milioni che costerà la demolizione come potessero essere un motore di crescita. Ben vengano, ma sono spiccioli, schegge di soldi che cadono in un Paese che non ha alcuna direzione, progetto o visione e che vive ormai di illusioni e bugie. Del resto fin dalla notte del disastro si è lavorato alacremente per trasformare il naufragio, tragico e futile insieme, in una sorta di epopea che finisce per coinvolgere persino il responsabile di 32 morti, che invece di stare in galera se la spassa tra feste e damazze decerebrate. Questo mentre con grande gioia di Costa è ripreso l’uso degli inchini e i mostri del mare soffocano Venezia con la benevolenza del governo.

Forse è il caso di cominciare a fare un bilancio del dopo naufragio ed è un bilancio veramente triste, perché se è vero che un recupero di questo genere non è mai avvenuto, è anche vero che è ben difficile arrivare alla sventatezza di navigare con un gigante di 290 metri a pochi metri dagli scogli. E’ singolare, unica la tipologia, non tanto la difficoltà in sé visto che sono stati effettuati recuperi molto più impegnativi dal punto di vista dell’innovazione tecnologica. Ma  insomma la tentazione di costruire un mito è stata abbastanza forte anche se si deve constatare che il progetto e la direzione del recupero è stata tutta affidata all’americana Titan cui è stata associata la Micoperi che si è tuttavia occupata delle parti più banali del progetto. Il risultato è che su circa 980 milioni, quanto sono costate in complesso le operazioni di recupero secondo le stime più serie,  solo il 61% è andato ad aziende italiane il che è straordinariamente negativo se si pensa che la nave è affondata in pieno mare nostrum. Se poi si pensa che almeno il 70% di questa cifra se ne è andata per trasporti, materiali di consumo, sistemi a basso contenuto tecnologico, personale  e che tutto è stato gestito fuori dall’Italia, viene fuori un’immagine molto diversa da quella che si vorrebbe spacciare.

Così se il disastro viene visto come tutto italiano provocato e gestito tra “capitan Codardo” e gli uffici genovesi della Costa, secondo modalità che presumibilmente non conosceremo mai, il recupero viene percepito come un’operazione internazionale. E del resto la Costa non è che una sussidiaria della Carnival americana, i soldi arrivano dalle assicurazioni internazionali (a parte spese pazze e ritardi incresciosi tutti italiani), i progetti principali vengono da altrove. Con tutto questo non voglio dire che la rimozione del relitto non porti beneficio all’immagine del Paese e non compensi in parte il discredito accumulatosi dopo il naufragio, ma ancora una volta l’eccessivo compiacimento nasconde il fatto che non si è imparata la lezione. E che anzi la soddisfazione, la liberazione del Tirreno da questa spina, rischia di perpetuare leggerezze e alimentare miraggi pericolosi come gli scogli.

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