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Corruzioniadi

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Se si dovesse badare alle parole, se un osservatore appena giunto da Marte dovesse fare un rapporto in base ai discorsi, difficilmente potrebbe trovare un sistema politico più attento alla legalità e più virtuoso di quello italiano. Ma la realtà è tutt’altra cosa, come sappiamo fin troppo bene. Ciò che invece pare sfuggire all’opinione pubblica è che stiamo entrando in una nuova fase nella quale il malaffare, la tangente, il saccheggio dell’erario cercano di uscire dal loro stato di anomalia etica residuale per divenire la normalità, parte integrante di un sistema oligarchico in costruzione.

Il tutto è coperto dal fumo denso che si innalza dal falò dove bruciano assieme i copertoni delle menzogne e le erbe balsamiche dei commissari speciali, il legno marcio delle frasi fatte assieme alle essenze artificiali di riforme, cambiamento, nuovo, dinamismo, crescita, semplificazione: il solito mazzetto da supermercato. Ma non si tratta di fuochi a caso, prodotti con materiali di recupero: il metodo di persuasione si basa su ben sperimentati tranelli mentali. Uno dei quali è prendere il marcio per trasferirlo all’intero sistema, confondere il particolare nel generale. Così non si parla di cattiva burocrazia o di pessima normativa, ma tout court di burocrazia e di normativa che dovranno essere sbaraccate per rendere più trasparente il sistema. Ed è così che ci si propone di disfarsi delle uniche difese contro la libera circolazione della corruzione.

Già Hitler faceva notare che il miglior metodo per spacciare una grande bugia è quella di contornarla di qualche verità: del resto eccesso di norme e di burocrazia, contro le quali ognuno di noi si è scontrato, sono la panacea per spiegare tutto e dare alibi a ognuno: all’imprenditore rapinoso, al manager incapace, all’evasore incallito, al cittadino che per pigrizia si abbandona alla corrente. Così spesso sentiamo che in un mercato interno devastato dalla disoccupazione, dalla precarietà e dalla caduta dei salari reali, la difficoltà di fare impresa è attribuita alla troppa burocrazia. Così che non si capisce davvero come l’Italia sia il Paese dove esiste la maggior quota al mondo di piccole e microimprese rispetto alla popolazione.

Certo esistono le norme assurde e la burocrazia inefficiente, spesso volutamente inefficiente, ma l’organetto con la vecchia canzone che sentiamo in questi giorni significa solo che si vuole gettare il bambino e tenersi l’acqua sporca. Un esempio fra tutti è la lamentela generale sull’eccesso di centri appaltanti che favorirebbero la possibilità di meccanismi corruttivi: se ci sono tante porte è probabile che una resti chiusa in assenza di un’adeguata “lubrificazione”. Soluzione: ridurre il tutto a qualche decina o magari anche ad un solo centro appaltante. In termini astrattamente logici il ragionamento sembra funzionare, ma in realtà è destinato a produrre l’esatto contrario: a parte che se, per esempio, un’università vuole sistemare un’aula cadente deve aspettare una risoluzione da chissà dove, aumentando i tempi già biblici degli interventi, è evidente che meno centri appaltanti ci sono più ognuno di essi ha maggior potere di ricatto e sarà tentato di esercitarlo, ognuno di essi ha più probabilità e possibilità di avvolgersi di una rete di “protezione” che devii e limiti i controlli, soprattutto in assenza di una legislazione che evita di punire adeguatamente i colpevoli o anche di cambiare radicalmente i criteri d’appalto. E’ proprio alla fine il modello Mose.

Tutto questo trova un esempio e un riassunto nell’Expo. Prima si è venduta al Paese come strategica e irrinunciabile una manifestazione di sapore ottocentesco e ormai del tutto secondaria, buona per i Paesi in via di sviluppo o al massimo per qualche città per farsi conoscere, ma del tutto marginale per Milano e per l’Italia. Chi ricorda dove ci sono stati i precedenti Expo e i loro titoli (vedi nota)? Ma l’occasione era troppo ghiotta per mettere in piedi un sistema speculativo per far guadagnare il sistema politico – affaristico prima, durante e dopo quanto si dovranno utilizzare le opere realizzate.

Infatti il primo scontro è stato fra i clan interessati che hanno perso un po’ troppo tempo per spartirsi la torta, creando i presupposti per l’ennesima emergenza. Poi se ne è fatta un’occasione per affermare ancora una volta la demolizione dei diritti del lavoro, con la scusa dell’urgenza. Poi quando i signori delle truppe d’appalto sono stati presi con le dita nella marmellata, prima si è detto che la politica non c’entrava, poi visto che la cosa proprio non stava in piedi si è cambiato registro è si è creato un illusorio organo di controllo, con tanto di magistrato alla testa,  che dovrebbe badare alla stalla quando i buoi sono fuggiti, evidente dimostrazione del vuoto guappismo alla fiorentina. E infine, in una commedia delle parti, arriva Maroni a dire che controlli, commissari e fuffa  a parte, se si rimane fermi o dio non voglia si sostituiscono le ditte implicate, si rischia di inaugurare la manifestazione in mezzo a un deserto. Ha ragione Anna Lombroso quando dice che ormai l’Italia acquisterebbe maggiore dignità e credibilità più a non farlo questo Expo che a farsi ridere dietro mostrando i suoi scheletri non più chiusi nell’armadio o mostrare le sue piaghe con strutture raffazzonate. Tanto Smirne che era  la rivale di Milano, ha già costruito tutto pur avendo perso l’occasione.

O forse sarebbe un colpo mediatico cambiare titolo alla manifestazione e chiamarla Affamare la corruzione che almeno sarebbe più interessante e forse richiamerebbe i Paesi che hanno già dato forfait. Ma la cosa principale sarebbe rendersi conto che dal Mose all’Expo la severità dell’ultimo momento rischia di essere un ulteriore inganno, anzi funzionale a diffondere l’infezione facendola diventare parte integrante del Paese.

 

 

Nota . Qui di seguito sono elencate le date e i luoghi delle esposizioni universali. E’ evidente come dopo la seconda guerra mondiale siano divenute manifestazioni poco significative. Del resto l’ultima esposizione italiana, quella ribattezzata Colombiadi, fu un totale fallimento con 800 mila visitatori sui 3 milioni previsti. Nonostante questo per molti mesi si è cercato di nascondere l’insuccesso diffondendo dati falsi e nascondendo il fatto che su 45 miliardi di incassi (in lire) se ne raggranellarono solo 13. Per di più si promisero agli albergatori di tutta la Liguria mutui agevolati al 3% per riqualificare le strutture, quando invece le banche applicarono mutui al 20% , strangolando così chi ingenuamente aveva aderito alle promesse. L’unica cosa buona fu la costruzione dell’Acquario che del resto ogni anno attrae circa il doppio di visitatori di quell’expò. Ma a Milano è prevista solo la speculazione immobiliare.

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