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Chi ha paura del referendum sull’euro?

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Come si sa il referendum sulla moneta unica è il punto forte del programma del M5S che ad onta della sua ovvietà democratica è molto contestato sia dagli euristi di banca e di governo, sia, per motivi tecnici, dagli antieuro. Ma l’obiezione che tende a svalutare questa prospettiva, peraltro sostenuta anche da Ross@ e a ridurla a gadget elettorale è che non sia un referendum ammissibile visto che la Costituzione vieta  le consultazioni popolari in materia di trattati internazionali e leggi di bilancio.

Ora è chiaro che la Costituzione è divenuta una sorta di augusto alibi per non fare alcune cose e carta straccia da riscrivere a piacimento quando invece conviene. Ma in questo caso la cosa è interessante per due motivi: perché in effetti c’è già stato un referendum su materia internazionale e perché non si capisce come si faccia a parlare di Europa politica e/o di altra Europa continuando a considerare i vari trattati che la compongono come accordi internazionali alla stessa stregua di quelli che potrebbero intervenire con le isola di Tonga o la Malesia. Non esiste un Parlamento sia pure finto, un bilancio e una legislazione comune? E queste cose non permettono di considerare il trattato di Masstricht come materia anche interna?

Dunque nel 1989 ci fu un referendum consultivo, di natura extra costituzionale nel quale bisognava rispondere si o no alla seguente domanda: «Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?» L’allora Pentapartito non si fece scrupolo di usare questo marchingegno per simulare un appoggio popolare ( che in effetti ci fu e pure il vostro cronista votò si)  ad un Europa che dopo la caduta del muro si avviava alla moneta unica all’insaputa dei suoi cittadini, senza però subirne conseguenze in caso di risposta negativa.

Ora però gli eredi quella stagione politica, riposizionati molto più a destra, negano la possibilità di una consultazione popolare sull’euro il quale peraltro non ha nulla a che fare con i bilanci o con la fiscalità. Ma se i precedenti ci dicono che un referendum consultivo sui trattati internazionali è assolutamente ammissibile, sia pure in condizione di eccezionalità, è la sostanza che desta inquietudine: dopo tutto il parlare di Ue, di stati uniti d’Europa, dopo i giganteschi salassi che vengono richiesti, ufficialmente per rendere più omogeneo il continente, di fatto per dividerlo in ricchi e poveri e fregare comunque il lavoro, dopo le perdite di sovranità, ecco che tutto si riduce a trattati internazionali come quelli che si sarebbero potuti sottoscrivere un secolo fa tra ministri plenipotenziari. Proprio questo tecnicismo fasullo svela la misera condizione alla quale è stato ridotto il sogno europeo, di fatto in mano a potentati economici, lobbisti e burocrati che marionettano la politica nei vari Paesi. Qualcosa che è ormai è in rotta di collisione con la democrazia e il cui solo rimedio, in mancanza di prospettive politiche credibili e radicali o di rappresentatività popolare, sembra in mano ai nazionalismi e alla resistenza vera o presunta che sia, alle “ingerenze”.

Così invece di salutare un referendum come un modo per spezzare questa logica verso il peggio, una specie di magica sintesi tra Grecia e Ungheria, lo si demonizza o lo si rivolta in ridicolo dicendo che non serve a nulla.  E’ sempre bene sbattere in faccia ai cittadini la loro impotenza.

 

 

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