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Scenette di vita italiana: dal tribunale alla Carige

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In una sola mattinata il vostro blogger ha vissuto per due volte nel mondo Kafka, catapultato nel quotidiano assurdo di un Paese allo sfascio e allo sbando.

Atto prima scena prima.Tribunale di Imperia.

Per una vicenda di cui tratterrò ampiamente dimostrando come siano radicati e presenti i clan fascio berlusconiani, sono andato a prendere copia di un atto. Il tribunale di Imperia è quello che dovrà assorbire il suo omologo di Sanremo che tuttavia ha molto più spazio e il doppio di procedimenti:  secondo una logica tutta italiana. E infatti il tribunale è un piccolo cubicolo di recente costruzione, non collegato da autobus, con il primo tabaccaio davanti al carcere e dunque privo di pusher di carte da bollo. In compenso per entrare c’è un tizio con metal detector che ti fa svuotare le tasche.

Dopo una peregrinazione infinita lungo i tre piccoli piani desolati, senza che nessuno sapesse indicare alcun ufficio, ho finalmente raggiunto la stanza di Aladino, posta davanti a una grande fotocopiatrice. E miracolosamente vedo la luce, ovvero l’atto. Nella mia ingenuità pensavo di poterlo fotocopiare pagando ovviamente un tot a copia, magari anche un prezzo da rapina, ma in tempo reale. Ma non era così: bisognava prenotare l’operazione in cambio di una marca da bollo di euro 18,42, reperibile dal tabaccaio al fondo della strada. Dunque esco arranco e ritorno, ma all’ingresso il berretto verde di guardia con il suo detector non c’è perché sta guardando accuratamente in una borsa. Fermo 5 minuti lì davanti come un fesso fino a che non sono passato lo stesso peraltro completamente ignorato dal solerte guardiano.

Ritorno al terzo piano con la marca e apprendo che però l’operazione non potrà essere fatta prima di tre giorni, nonostante l’ambiente non fosse di quelli dove si ode pulsare il lavoro e anzi la titolare era bellamente via da più o meno un’ora: parlavo con una collega che la copriva. Insomma ciò che dovrebbe essere un diritto fondamentale va pagato e sudato.

Eh si il pubblico, adesso li aggiusta Renzi. Se non fosse che il guappo ci vorrebbe far credere che licenziamenti e zero soldi in investimenti risolvano una situazione che invece richiede tutt’altro che vaghi propositi di efficienza e trasparenza del resto oggetto di spaccio elettorale ormai da trent’anni. La burocrazia è l’altra faccia della politica, fanno parte della stessa moneta.

Atto secondo. Scena prima

Ma anche il privato non scherza. E parliamo del privato per eccellenza ossia la banca. Nel tentativo di capire che fine avesse fatto un bancomat che mi sarebbe dovuto arrivare in una settimana mi avvio verso una filiale della Carige. E scopro che, nonostante le chiarissime indicazioni da me date è stato spedito a non si sa quale di due indirizzi già scaduti. Schroedinger con il suo gatto ci fa un baffo alla Carige. Allora nel tentativo di sbloccare la situazione me ne faccio fare un altro con l’indirizzo effettivo di Roma e sembra che forse la situazione si dipani. Fino a che l’impiegata non mi chiede il cap. Non lo so ovviamente, però mai mi sarei aspettato che in una banca non sappiano come fare a recuperare un codice postale che io ho trovato in  0, 3778 secondi una volta tornato a casa. Dovrebbe essere inserito in automatico in qualsiasi database che si rispetti se proprio non si vuole avere il miracoloso vecchio libretto tra le carte di lavoro. “Siamo una banca non un ufficio postale” è stata la sentenza della brillante impiegata assisa sulla sedia dirigenziale. Però mandano più lettere della posta. E sono convinto che se fossi in rosso, il cap ce l’avrebbero eccome.

 

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