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Reggia di Camorra

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come ai ragazzini quando gli si danno le chiavi di casa alle prime uscite la sera, come prova di fiducia, il prefetto di Caserta decise qualche tempo fa di consegnare a Cosentino, allora sottosegretario, oltre che quelle “simboliche” della città, in modo che ne facesse il teatro di qualche operazione delle “sue”, anche quelle della Reggia. Come se Hollande prestasse Versailles a qualche amico compiacente, magari per ricambiare l’ospitalità in uno scannatoio particolarmente prestigioso.

Le motivazione dello sconcertante omaggio istituzionale, date dal collegio di difesa e dagli inquirenti che stanno indagando Cosentino per reimpiego di capitali illeciti aggravati dall’aver agevolato il clan dei Casalesi, sono parimenti imbarazzanti: secondo la Dia e i magistrati, la Reggia potrebbe essere stata impiegata come scenario altamente intimidatorio per la convocazione di amministratori locali riluttanti a agevolare le richieste pressanti dell’esponente politico, quando non si dimostrassero sufficienti gli inviti perentori e minacciosi negli stessi locali della Prefettura. Secondo gli avvocati di Cosentino invece, si trattava solo di una cortesia che il Prefetto aveva voluto fare all’autorevole parlamentare che usava i giardini della Reggia per fare del salutare jogging. Ci aspettiamo che a Cosentino, cui è stato confermato l’arresto, qualcuno offra le chiavi dei Piombi in modo che possa godere di una ospitalità più spettacolare e adeguata ai suoi costumi durante la detenzione.

Ma intanto il Ministro Franceschini, come è costume del governo, ha annunciato con risolutezza di aver avviato un’inchiesta. E vorremmo ben vedere, mica si può concedere così un bene comune, mica si può sfruttare per fini personali un patrimonio artistico unico al mondo.

Adesso ci auguriamo che la stessa risolutezza venga applicata quando la Gipsoteca di Canova viene trasformata in location per sfilate di mutande, quando antiche vestigia della Magna Grecia diventano scenario per festicciole di influenti locali, quando Ponte Vecchio viene messo a disposizione, per modiche cifre della quali si prede la rintracciabilità, di compagni di merende, quando il Ciro Massimo viene dato in pasto a nostalgici del rock, quando Piazza San Marco ospita i Pink Floyd e il Bacino di San Marco viene dato in comodato al passaggio di condomini. La Reggia di Caserta vanta una lunga tradizione di “valorizzazione” culturale secondo i moderni criteri di regime, sfruttata come quinta e set per fiction, filmacci, serie televisive. Ma oltraggiata anche da offese meno mediatiche: giovanotti locali che fanno il bagno nelle fontane, piccole imprese impegnate sul fronte del brand del rame, aziende in puzza di camorra, che, a scopo dimostrativo e non decorativo, rovesciano valanghe di rifiuti all’ingresso. E mettiamoci anche il sindaco che non ricordo in che occasione ha inalberato un corno rosso alto 10 metri e più, affidando le sorti del capolavoro di Vanvitelli alla fortuna, che Stato e governi non bastano o non vogliono bastare.

Ce lo auguriamo, ma abbiamo poca fiducia: lo spirito del tempo va in altra direzione, quella che convince il ceto dirigente che tutto è “roba sua” e dei suoi compari, che il beni comuni lo sono solo se se li condividono tra loro, che si possono alienare, prestare per novant’anni, dare in comodo comodato a ciabattini eleganti o contigui di mafiosi, offrire a ingenerosi “mecenati” che li recintano in modo che noi mortali non possiamo né vederne nè respirare l’aria, come sta succedendo in Sardegna. E quando non bastano i potentati locali, vanno a cercare altri nuovi compratori a metà prezzo, nuovi sponsor disinvolti, nuovi acquirenti svogliati che li scaricano dalle tasse insieme alla nostra storia, alla nostra dignità, al nostro amor proprio.

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