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L’Europa, incubo della sinistra

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Con una settimana di ritardo la sparsa e variegata sinistra italiana prende atto della debacle subita da quella francese, incapace di porre argine all’avanzata della destra lepenista, ma fin troppo abile a causare la diserzione del proprio elettorato. Come mai si sia atteso tanto per riconoscere una realtà già evidente ai primi exit poll del secondo turno, è un mistero doloroso, ma lo è ancora di più il fatto che l’ennesima botta non riesce a suscitare un dibattito approfondito e finalmente privo di tesi compiacenti o consolatorie sul perché tutto questo sia avvenuto.

Persino Rossana Rossanda i cui interventi non sono sempre condivisibili, ma comunque intelligenti, questa volta non riesce ad andare oltre l’esecrazione per quegli elettori che hanno preferito punire il traditore Hollande piuttosto che fare fronte contro la destra.  “Non siamo nel cuore dell’Africa -scrive – ma nell’Europa acculturata a cento anni dalla prima guerra mondiale e poco meno da Mussolini e Hitler. Ma il risentimento della sinistra conta di più di una riflessione sulle conseguenze del voto a destra. La stizza prevale, come riflesso antieuropeo: Sono tutti eguali, sembra lo stato d’animo più diffuso”.

In realtà proprio il fatto di essere in Europa e non in Africa, qualunque cosa significhi questa asserzione un po’ ambigua e di aver già vissuto l’esperienza della presa di potere della destra, dovrebbe far riflettere sull’inutilità e impotenza di una elite di sinistra che invece di capire perché somigli ormai tanto alla destra, accusi l’elettorato di votare pensando al lavoro da mantenere o da trovare, alle pensioni ormai inesistenti piuttosto che alla Repubblica di Weimar che peraltro è un caso di scuola di come si riesca a perdere. Perché lasci a giacere nel vago e nell’ovvio le ragioni per cui Hollande sia stato travolto, il Pcf sia scomparso e anche il Front de Gauche, scopertosi inopinatamente eurista, non abbia ereditato il voto mancante, nemmeno al primo turno.

Il fatto è che la sinistra, attaccatasi al disegno europeo come una cozza, forse come succedaneo di un sogno, non riesce più a raccordare i fini con i mezzi, è diventata schizofrenica sostenendo da una parte l’eguaglianza sociale (dico per sintetizzare in una parola) , ma al tempo stesso i sistemi e le strutture istituzionali e monetarie che la negano e che anzi introducono attivamente impoverimento, cancellazione di diritti e di welfare. Eppure il tralignamento dell’Europa  da quelli che sarebbero i fini presunti (e comunque intesi dentro il paradigma liberale) è evidente a chiunque. Così invece di denunciarla, la mutazione viene taciuta e dichiarata frutto di abbagli, facendo così balenare fumose speranze che tutto questo possa cambiare e mettendo in guardia contro la rinascita dei nazionalismi che in realtà non sono venuti mai meno ed anzi sono riattizzati proprio dai giganteschi errori commessi. Si evita di guardare la realtà: che le istituzioni europee – a parte la “machina” teatrale di un Parlamento puramente di facciata e che dopo cinque anni di silenzio ora, in vista delle elezioni, si duole dei massacri sociali  – sono guidate dagli stati che tuttora detengono i diritti di cittadinanza, ma che vengono privati di sovranità a favore di istituzioni bancarie e finanziarie di fatto privatistiche, togliendo ai cittadini democrazia reale oltre che rappresentanza.

Non sono così sicuro che in realtà non fosse proprio questo il progetto e l’illusione originaria: sguarnire gli stati per impedire le guerre  (ma poi si vede che le ucraine e gli imperialismi ci sono lo stesso) e affidare tutto al mercato e alle “leggi economiche”. Comunque sia non vedo quale attrazione possa avere una sinistra che inneggia al meno stato in quanto portatore di nazionalismi, ma poi è automaticamente costretta ad accettare il più mercato, visto che le istituzioni della Ue non consentono altro essendo divenuta non un’unione, ma un’associazione di “meno stati”. E mica è finita, perché con il trattato transatlantico le multinazionali diventeranno soggetti attivi di legislazione e dunque anche protagoniste delle regole e dei diritti del lavoro.

Forse gli elettori non hanno tutti i torti a pensare che siano tutti uguali, qualcosa che fino a qualche anno fa mi faceva venire l’orticaria, perché i fini non bastano se i mezzi sono opposti agli stessi: la politica, come attività specifica in fondo non è che la costruzione di mezzi per arrivare a degli obiettivi generali.  E stare sul sedile posteriore, mentre l’auto va da tutt’altra parte, sperando di convincere il guidatore ad invertire la marcia, è davvero poco per sperare di prendere voti.

 

 

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