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Mezzogiorno di cuoco

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come “polentone contro i terroni”, proprio come uno di quelli che “io non sono razzista, però ..”, proprio come chi ha combinato iniziativa spregiudicata, fortuna e protezioni e una volta “arrivato” addirittura a ridosso di un dicastero, confeziona sotto vuoto, proprio come i suoi prodotti, la sua dieta mediterranea per chi sta già digiunando, il profeta del km zero in terre intossicate da industrie criminali, il guru della tradizione impastata nella planetaria dell’innovazione, ha detto la sua sulla “questione meridionale”.

Eh si, l’accorto manager del brand più acchiappa citrulli: quello del Gusto, degli orti autarchici in terrazza per coltivare aneto e zenzero, dell’irrinunciabilità del coppa pasta, dell’egemonia dello scalogno, quello dei guardoni dei Masterchef planetari, liturgie demoniache dello spreco più oltraggioso per chi non solo non ha il poggiolo, ma nemmeno la casa, per chi non può permettersi di far festa nemmeno con Big Burgher, insomma il Farinetti di Eataly, proprio lui,  ha idee molto chiare sul Mezzogiorno, tra l’altro ora canonica del pasto.

E chi più di lui si intende di mangiare? Infatti la sua idea è quella di rovesciare finalmente lo stereotipo del Sud parassitario che si nutre della fatica del Nord imprenditoriale, per trasformarlo in colonia interna, da cannibalizzare per lo sfruttamento turistico intensivo, terreno di scorrerie dei forzati dei viaggi organizzati, incuranti del patrimonio storico e artistico che attraversano, sfiorano e fotografano con l’i phone. Tanto che si rifà a un esempio eloquente, il deserto senza cattedrali, a meno che non siano i mega albergoni e i villaggioni di Sharm el Scheik. Come dargli torto? Il mare non è più blu, intorno alle vestigia si consuma ogni genere di abuso, compresa la localizzazione sfrontata di discariche, villette a schiera, campi da golf, i musei aprono a singhiozzo, Pompei rimpiange la pietosa cenere del Vesuvio, i suoli sono contaminati, ogni pioggia rischia di cancellare intere regioni, templi e cattedrali comprese.

Per il resto il Farinetti, come in una sacra ostensione, esibisce come virtù pragmatiche i peggiori vizi del ceto dirigente al governo: ignoranza, iattanza, disprezzo per il proprio Paese, se con questa parola si definisce identità, appartenenza, coesione, socialità, amicizia, cittadinanza, sconfortante incapacità di previsione, disistima per i valori della cultura e della conoscenza, svilimento della tradizione, che mica vuol dire soltanto salama e erbazzon, e rimozione della storia, processo che impedisce la comprensione del presente e del futuro.

Eh si, è proprio una modernità regressiva che fa dire: “Per me nel Sud c’è una sola roba da fare: un unico Sharm El Sheik, dove ci va tutto il mondo in vacanza”, tornando all’impudica definizione di Sud, sostituita in questi anni dall’eufemismo di governo e di popolo di Mezzogiorno, che restituisce una parte del Paese alla condanna del dualismo, della separazione e dell’isolamento, che la riduce a punto cardinale a sé, giù in basso, che la congela nel ritardo e la costringe al vittimismo senza riscossa, al destino de arretratezza, al castigo del sottosviluppo. È una scomoda propaggine del Nord Africa il Sud di Farinetti, che generosamente sceglie la strada dell’import-export di civiltà in stile Nato, con “agevolazioni fiscali bestiali” ma restrizioni nel welfare, troppo generoso del quale gli indigeni hanno largamente approfittato.

E dire che non servono meridionalisti, storici, sociologi per sapere che ormai da decenni, ammesso che lo sia mai stato, il problema non risiede nella “disomogeneità”, e neppure più in quel “dualismo”, quella forbice tra un Nord più vicino per caratteristiche all’Europa Occidentale e un Sud più affine all’area meridionale del continente.

La forbice è stata invece usata, eccome, ha reciso il legame dell’Italia con il “pingue Belgio”, retrocedendola a “pig” parassitario, arcaico, improduttivo, dal quale manager avveduti scappano in attesa che i lavoratori dismettano istanze di difesa dei diritti e delle conquiste acquisite, che i cittadini rinuncino a partecipazione e prerogative, che la gente si rassegni all’alienazione di beni comuni.

Allora per un’Italia convertita tutta in Sud, la ricetta non può essere quella del pizzicagnolo di Renzi, un succedaneo dell’industrializzazione vecchia maniera, le uova di lompo del turismo invasivo, semmai sarebbe quella della riscossa delle energie locali, della fiducia, fiducia di chi si vorrebbe escluso, in se stesso, fiducia degli altri verso di noi, fiducia di noi verso gli altri. Quella fiducia che significa sentirsi protetti dalla giustizia e dall’ordine pubblico, ma ancora più dall’equità sociale, quando si agisce, quando si intraprende, quando si innova per il progresso, quando si “istruisce”  e di forma per l’uguaglianze nell’accesso alle opportunità e per il dispiegamento di inclinazioni e vocazioni, quando ci si difende da quel fenomeno che ha la forma di un complotto contro la democrazia, che trae origine dal disincanto, passa per la paura e l’omertà, si trasforma in quella forma di consenso che nutre clientelismo, corruzione, illegalità, rassegnata acquiescenza alla criminalità.

Non è che l’Italia si sia “meridionalizzata”, è che la governano, tutta, i Borboni. Che da anni si persegue il suo sottosviluppo mediante la crescita illimitata dell’economia finanziaria ai danni di quella produttiva, che i pomodori della terra dei fuochi non sono più velenosi del basilico di Savona, che l’Eni a Porto Tolle ha applicato la cultura d’impresa dei Riva, che la mafia, grazie all’humus favorevole di una classe politica compiacente e di una pubblica amministrazione ricattabile, si è diffusa uniformemente preferendo il tessuto sociale, imprenditoriale e bancario del Nord, che le grandi opere, opportunità favorevole per transazioni opache, appalti tossici e profitti poderosi, soprattutto quando non si realizzano, hanno accoglienza favorevole a tutte le latitudini. E che è ormai antistorico parlare di questione meridionale come questione delle regioni del Sud come altre rispetto all’Italia, come se povertà, disoccupazione, criminalità, cattivo stato delle infrastrutture, dissesto idrogeologico, avessero uniforme difformità sopra e sotto il Po, così come corruzione, malavita, clientelismo, familismo.

I Borboni sono tornati e hanno spento su del Po,  speranze, aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più embedded, ingiuriando insegnanti, chiudendo in casa le donne, umiliando tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia. E peggio è successo giù del Po, con la riconsegna alla condizione di periferia arretrata di una nazione in via di regressione, accecando la visione di un riscatto nato da un’identità atavica, ricca e molteplice, autenticamente mediterranea, soffocando l’idea che il Sud avesse non solo da imparare dal Nord, ma avesse anche qualcosa da insegnare, spegnendo l’illusione che la bellezza ci possa salvare.

 

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