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L’Ilva e i pescecani della Mittaleuropa

ARCELORMITTALCom’è noto la Mittal formalmente indiana, ma di fatto anglo statunitense (e anche caaraibica visto che molti fondi della famiglia Mittal si trovano nei paradisi fiscali)  è interessata ad acquisire l’Ilva di Taranto non tanto per aggiornare le tecnologie, recuperare produttività e salvare l’ambiente avvelenato, quanto per acquisirne le commesse per poi lasciare la carcassa intatta. Antonia Battaglia, protagonista per la lotta con l’industria dei veleni e uscita dalla lista Spinelli per l’inclusione nella medesima dei complici del disastro, ricorda che la Mittal acquisì la più grande azienda dell’acciaio in Europa, la  Arcelor basata in Francia, per poi abbandonare a se stessi gli altiforni di Liegi, Grandange e Florange oltre a numerosi stabilimenti di lavorazione, nonostante le promesse i giuramenti di ammodernare e salvare l’ambiente: l’unico scopo era quello di acquisire il marchio e i relativi clienti per poi far produrre l’acciaio altrove. Un altrove che spesso acquisisce le forme di città ormai fantasma nell’est europeo, in Bosnia, Repubblica Ceka, Polonia.

Del resto la Arcelor fece una furiosa resistenza all’acquisizione ostile della Mittal, ma Washington intervenne pesantemente a tirare i fili attraverso Goldman Sachs quando il colosso europeo pensò a una fusione con la russa Severstal: solo con questi “aiutini” ( a cui partecipò anche la Thissen Krupp tedesca e la complice italiana di Goldman, ovvero Banca Intesa) la Mittal inferiore sia come tecnologia che come capitalizzazione alla Arcelor avrebbe potuto acquisire la rivale.

Tutto molto furbo, molto contemporaneo, molto competitivo, molto multinazionale. Mi piacerebbe dire emblematico sia del liberismo che della subalternità europea oltre che dei giochi nazionali che si svolgono delle dietro le coperture dell’unione continentale. E quindi si dovrebbe supporre che grazie al suo cinismo, la Arcelor Mittal  sia una floridissima azienda. Invece ha circa venti miliardi di debiti, vale a dire più della sua capitalizzazione in borsa ed è stata degradata dalle società di rating. Eppure il consumo di acciaio su scala mondiale è cresciuto nonostante la crisi a causa della richiesta gigantesca dei Paesi emergenti, mentre il prezzo è salito solo di una frazione della quantità per due ragioni collegate: la produzione di acciaio nei Paesi in via di sviluppo è ancora molto frazionata e localizzata, dunque molto concorrenziale, mentre nei Paesi dove si potrebbero vendere i prodotti a maggior valore aggiunto, il crollo della domanda aggregata dovuto allo sbaraccamento dei diritti del lavoro e dunque all’abbassamento dei salari, ha penalizzato le vendite. E i disoccupati creati dalla stessa Mittal sono una goccia che si aggiunge a tutto questo.

Quindi non solo bisognerebbe guardarsi dallo svendere l’Ilva a una simile multinazionale, se non in un quadro che veda la partecipazione azionaria anche dello stato, ma bisogna anche guardarsi da chi pensa che chiudendo, licenziando, razionalizzando, avvelenando, sottopagando, si ottengano risultati straordinari: alla fine c’è sempre il buio in fondo al tunnel.

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