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Pensioni, l’imprevidenza sociale

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un vecchio criminale che ha fatto la grana grazie a  tutti gli espedienti possibili in deroga alla legalità, manomettendo le regole della leale concorrenza, in perenne conflitto d’interesse, evadendo, corrompendo, che ha sfruttato il lavoro degli altri riservandosi da subito quello di comandare – che nel suo caso non è meglio di fottere, tanto è riuscito a fare tutti e due –  ha convinto un altro che non ha mai lavorato, succeduto a qualcuno che aveva in comune con lui la stessa competenza in ozio remunerato, grazie all’appartenenza a famiglie, ceti, classi, partiti, organizzazioni che in cambio di elargizioni concesse chiedono affiliazione e ubbidienza, insomma il vecchio ha persuaso il giovane rampollo che le pensioni sono regalie, che bisogna meritarsi, che possono essere ridotte, come è giusto che sia per doni immeritati che piovono dal cielo.

Talmente convinti della loro natura che le mischiano tutte, quelle indecenti, quelle d’oro, quelle di reversibilità, tutte sia pure con le debite differenze per particolari segmenti di pubblico, perché salvo quel vecchio là, salvo il monarca ormai incontrastato, salvo un ex direttore che parla con Dio tramite papi e uno stesso papa a riposo, tutti gli anziani sono fisiologicamente parassiti, che vivono a ricasco, che come insegna madame Lagarde, farebbero bene a togliersi di torno nell’interesse generale, che intasano ospizi e ospedali, che guidano col cappello provocando incidenti, che dovrebbero insomma silenziosamente evaporare perché in vita sono uno spettacolo impudico di come, perfino la Lagarde e Renzi, potrebbero diventare e da morti occupano terreni che potrebbero più utilmente cambiare destinazione d’uso.

Da anni circola una versione ufficiale secondo la quale le pensioni sono un furto che astuti anziani operano ai danni dei giovani, e che si somma all’altra espropriazione che commettono in termini di servizi, assistenza, cura, contribuendo alla voragine dei conti della sanità pubblica.

Tra le molte leggende nate dall’ideologia della crisi e dall’isterismo dell’austerità, questa è certamente la più infame,  la più strumentale. E la più scorretta perché dipinge un quadro distorto dei rapporti tra padri e figli, alimenta la rottura del patto tra le generazioni, che è una vincolo invece di mutuo sostegno se è vero, come è vero, che ritoccare i coefficienti ad esempio, significa tagliare le pensioni del futuro, se il 50% delle assunzioni annue anche prima dell’infame job act, avvengono con contratti di vario genere, che in comune hanno la breve durata,  delineando un orizzonte preoccupante di incertezza e disperazione.

Allora, così per fare chiarezza, diciamo intanto che le pensioni non sono benevole concessioni che padroni e stato riservano a chi non serve più, ma si tratta di salari differiti, che i lavoratori si sono guadagnati. Diciamo che gran parte della grande menzogna si fonda sulla informazione distorta che è  stata data e che è stata ormai interiorizzata grazie a commentatori non certo obiettivi, economisti di servizio, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea, statistici che hanno dimostrato l’incapacità di mettere insieme due dati, soprattutto se riguardano i costi della politica e quindi sono stati premiati con un dicastero, che hanno sostenuto che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una delle minacce più devastante per i conti dello Stato. Che il deficit è destinato a peggiorare di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate è stato necessario allungare   l’ età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione, che questo giustifica l’urgenza categorica di elevare subito l’ età pensionabile, e di abbassare l’ entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.

Insomma uno dei fantasmi che si aggira per l’Italia e non solo, è il temibile fallimento degli istituti previdenziali, in testa l’Inps, che rende necessari da una parte i sacrifici, dall’altra un po’ di dinamico coraggio, una lodevole preveggenza ricorrendo alla solita soluzione di tutti i mali, quella privata, privatissima.

Il vecchio e il giovane ne sono persuasi: è giusto, necessario, profittevole  ridurre progressivamente la pensione pubblica a favore di quella privata. E lo credo il mercato dei fondi pensione può  valere in Italia centinaia di migliaia di euro l’anno, e gli stessi fondi negli altri paesi sono vere e proprie potenze economiche.

Il colpo di stato a rate che l’Europa al servizio dell’imperialismo finanziario sta conducendo con le  Banche centrali (Bce, Fed americana, Banca d’Inghilterra) con  il Fondo monetario internazionale ma anche con una folla di altri enti, a cominciare dalle bank holding companies, le banche universali sia private (Bnp-Paribas o Unicredit) sia pubbliche come Landesbanken banche regionali tedesche è sostenuto anche dall’impegno profuso per decenni a trarre  entrate  dalla speculazione condotta sui risparmi che gestiscono (fondi pensione pubblici e privati, fondi di investimento e compagnie di assicurazione). Un bacino che deve gonfiarsi sempre di più in altre innumerevoli bolle i cui gas tossici, se scoppiano, avvelenano solo noi.

Si colpiscono le pensioni di chi ha lavorato e in prospettiva quelle di chi spera di lavorare – che ormai l’economia è tutta una scommessa un gioco d’azzardo su debiti futuri che non verranno onorati e crediti futuri che non verranno pagati – anche per far crescere insicurezza e paura, perché si moltiplichino i nodi scorsoi che ci sembra ineluttabile farci stringere al collo, per noi, per i nostri figli, come una doverosa condanna che meritiamo per essere nati da quella che sembrava la parte giusta del mondo, quella delle certezze e delle garanzie,  e che ormai non lo è più.

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