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Più euro, meno Europa

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Un’idea chiara della situazione europea e del modo con cui la razza padrona italiana gestisce le cose la dà, con straordinaria chiarezza, Saccomanni: finché era ministro si prostrava a Bruxelles come un mussulmano alla Mecca, adesso che è stato sbattuto fuori dal governo rivela che il debito pubblico italiano sta aumentando, non per cattiva gestione, ma solo per finanziare i vari fondi europei, per alimentare il Mes e per le varie operazioni di “salvataggio” di Grecia e Irlanda.

Non è che Saccomanni sia peggio degli altri, è che la pressione e i ricatti del sistema finanziario sui governi sono diventati ossessivi, l’Europa ha cessato di essere uno spazio di libertà e persino un ensemble economico coerente: l’euro ne ha cambiato la natura, gli scopi e paradossalmente ne ha minato la già fragile unità, creando meccanismi che hanno portato a un totale disequilibrio tra Paesi di serie A e di serie B, impedendo qualsiasi bilanciamento di natura monetaria. Non solo: è diventato in mano al sistema finanziario e alla sua ideologia, il killer dello stato sociale e delle tutele sul lavoro.

E’ ormai qualche anno che gli economisti meno legati al sistema di potere lo dicono e da qualche tempo persino l’ Fmi dà segni di conversione (vedi qui ) forse cominciando a temere che la moneta unica come strumento di riduzione della democrazia possa aver fatto il suo tempo e finisca per innescare processi di rigetto del pensiero unico. Il fatto è però che in 12 anni, anzi 15 (l’euro come moneta ufficiale, anche se non circolante, è entrata in vigore il primo gennaio del ’99) il progetto europeo  è stato totalmente assorbito dalla logica della moneta unica (ma non certo comune) tanto che da qualche tempo qui e là nel mondo autorevoli voci cominciano a parlare di un fallimento politico dell’Unione europea stessa. Recentemente lo storico Wilfried Loth ha detto che il progetto di un continente unito è stato esclusivamente elitario e ha sempre evitato di confrontarsi con i popoli, cosa che ormai non è più gestibile. Proprio in questi giorni è stato riesumato un articolo dello storico Niall Ferguson di Harward, il quale in buona sostanza sostiene le stesse cose e parla – da un punto di vista ultra amerikano – di un progetto fallito.

Però badate che qui non si tratta solo di opinioni per quanto autorevoli che cominciano tuttavia a moltiplicarsi, ma di una realtà assai più concreta: non è certo un mistero che la Merkel vorrebbe sovrapporre all’Ue una serie di trattati e contratti bilaterali tra la Germania e i singoli Paesi del sud Europa. Un modo per salvare l’euro e svuotare dall’interno l’Unione.  A questo punto, vista la vicinanza delle elezioni continentali, converrebbe cominciare a chiedersi se sia razionale e politicamente sensato, mettere da parte la questione della moneta unica, considerare le posizioni critiche tout court come populiste e rischiare la disgregazione dell’Europa per non avere il coraggio di fare un passo indietro.

Che questo  sia un tabù per le forze conservatrici o anche socialdemocratiche che sono quanto meno molto più sensibili al richiamo dei potentati finanziari e bancari, dei ricchi insomma, piuttosto che a quello dei ceti popolari, che i media mainstream legati per necessità ai padroni del denaro, demonizzino le posizioni critiche sulla moneta unica invocando una generica più Europa, che un pensiero unico iniettato sottopelle durante trent’anni faccia accettare la dissoluzione di ogni stato sociale, agiti continuamente la carota fantasmagorica della ripresa e cancelli così la razionalità dentro le paure è un conto.  Ma che questo avvenga anche per quelle forze che vorrebbero esprimere una concezione diversa è francamente incomprensibile: l’assetto attuale, tutto innestato sulla moneta unica, sui suoi inevitabili squilibri, è di fatto il meno Europa che si possa immaginare, se si intende il vecchio sogno.

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