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Quote buon 8 marzo

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

E basta con queste querule lamentele. C’è un terreno sul quale la guerra alle disuguaglianze è stata vita. Presto per ogni Razzi avremo una Razza, per ogni De Bortoli abbiamo una Concita, che in fondo anche lei, modestamente, ha portato alla rovina un autorevole quotidiano storico, per ogni Brunetta abbiamo avuto una Fornero, anche di più, per ogni Draghi abbiamo una Lagarde, anche peggio, e anche qualche conferma, dopo la Gelmini, la Carrozza che stava per farla rimpiangere, almeno per quanto la prima era pittoresca, oggi la Giannini che ce le fa ricordare con nostalgia tutte e due e lontano sullo sfondo la Moratti, tutte intente a battere per pervicace indole allo smantellamento dell’istruzione pubblica, per istinto alla consegna di università e ricerca a dinastie e lobby private, molto più dei Fioroni o dei Profumo.

Dinamismo, velocità marinettiana, culto del “fare”, hanno travolto vecchi modelli, vecchi valori e vecchie rabbie, per sostituirli con altri, perentori, pervasivi, commercialmente più accettabili, in questi laidi tempi di boss economici e politici che riducono il femminile a nuove soggezione e corruzioni, rendendole desiderabili, imitabili e facilmente accessibili anche per chi non possiede qualità e vocazioni, con il concorso entusiastico e pragmatico di generazioni e osservatori privilegiati che un tempo professavano moralismo anche mediante lapidazione di adultere, schiaffoni a scollacciate e ghigliottine agli indagati.

Eh si non possiamo lagnarci abbiamo un governo che per ogni improvvisato dilettante o vecchio marpione di sesso maschile, mette in campo una speculare una virulenta inesperta o una navigata furbacchiona, abituata agli usi di mondo e di infamità magari per trasmissione dinastica.

E per far contento Berlusconi, anche grazie al partito unico, nel caso si arrivasse all’alternanza in lista, uomo, donna, uomo, donna, avremo a fronte di bruttarelli, scialbi, senza appeal e senza tartaruga, solo candidate leggiadre, avvenenti e seducenti, che è finito, grazie a  lui e al suo figlioccio, il tempo delle comuniste irsute, mascoline, indesiderabili e sgraziate.

E non mostrano debolezze di genere, non piangono limitandosi a far piangere noi e soprattutto le donne normali, la cui aspirazione al lavoro con dignità verrà annientato dal Job Act, i cui diritti – compreso il più doloroso – sono minacciati, il cui desiderio di affermazione e indipendenza è avvilito dalla condanna  e non dalla libera scelta a sostituirsi al welfare nella cura, l’assistenza, l’accudimento.

Lasciamole lavorare, raccomandano gli stessi che nel loro retro pensiero come certi sindaci comunisti dei paesi dove andavo a fare gli inevitabili comizi dell’8 marzo, vorrebbero dar loro una cameratesca manata sul sedere accompagnata da un sonoro “vien qua che te adoparo”, allacciandole più modernamente in una salsa piuttosto che in un liscio.

Sono giovani e intoccate da certe convinzioni che avevano intriso le nostre esistenze. La Boschi, che si fa difendere da un uomo,  Michele Anzaldi, che scrive una reprimenda alla presidente Rai Anna Maria Tarantola  contro  l’imitazione della ministra a Ballarò definita inopportuna e “sessista”, la Giannini che dice e disdice acrobaticamente volteggiando sulla perigliosa materia del garantismo, non difendono l’indifendibile Barraccu perché è donna, carina, nuova, ma perché è a tutti gli effetti una appartenente al ceto politico, promossa anche mediante la sua disinvoltura nella gestione del denaro pubblico, è un affiliato al regime. È una generazione con una mentalità più avanti di quella della presidente della Camera, hanno superato l’irragionevole e complice tolleranza per attitudini e azioni offensive della dignità della donna, e anche dell’uomo, se a esercitarle sono le donne stesse e delegano agli uomini l’esibizione come una reliquia dell’accusa di sessismo. Il loro pregiudizio favorevole si sviluppa ed esprime in favore degli appartenenti alla cerchia del potere, dai padroni ai loro camerieri e alle loro guardarobiere e la loro azione bellica si espande senza discriminazioni, salvo una, fondamentale, colpire chi sta sotto per scaraventarlo sempre più giù.

Per chi non l’avesse ancora appreso il potere non ha cromosomi ne sesso. E danno una lezione a chi non aveva capito che il sessismo  si esercita non commentando il lato B di una ministra, non vituperando la Carfagna, ma legittimando qualsiasi renziana carina ma deficiente. No,  il sessismo si sviluppa  robusto e imperioso limitando l’accesso all’istruzione pubblica, al lavoro qualificato, a salari pari per uomini e donne. Si  impone costringendo le donne a stare a casa, che tanto guadagnano di meno, perché mancano i servizi sociali, in sostituzione di un welfare che abbiamo pagato ma del quale siamo espropriati. Passa attraverso leggi che condannano le immigrate a essere schiave oltre che della clandestinità, dei magnaccia.  Si afferma  anche in casa quando la crisi rende più amari, il regime dell’austerità impone sacrifici che le donne dovrebbero assumersi come carico e codice genetico. E sbriglia gli istinti peggiori quelli sopiti, un razzismo e una violenza nei confronti degli altri, stranieri, omosessuali, donne, vecchi, malati, quelli che rappresentano una “debolezza” sulla quale accanirsi per sentirsi superiori.

Siamo in una contemporaneità  connotata dallo stress della sopravvivenza e segnata dalla frustrazione, ci stiamo auto dichiarando un popolo di potenziali vittime e  guardiamo a noi stessi  come a legioni accidiose di insoddisfatti che reclamano il riconoscimento della loro condizione di frustrati e una redenzione, assicurata da privilegi minimi ma “dovuti”, certi e soprattutto garantiti.  Sarà per quello che ci accontentiamo di  broker della anestesia soddisfazione immediata ed effimera del risentimento con risposte occasionali e riduttive, che non affrancano e nemmeno emancipano.

Mi sono sempre sembrate così le quote rosa, ultima deriva della correttezza politica, estrema e non voluta ammissione dello stato di minoranza delle donne, ancorché maggioranza numerica. Minoranza nel riconoscimento dei diritti di uguaglianza, nell’accesso alle professioni e nelle remunerazioni. Minoranza nell’espressione di autoderminazione che non si ottiene mediante brevetti e automatismi.
Si tratta di idranti pensati per spegnere l’entusiasmo della partecipazione, anestetici sperimentati con un certo successo dalle strategie di ottundimento dell’impegno e della responsabilità. 10% neri, 10% gay, 10% donne, 10 % corrotti, ah no quelli no perché pare siano in maggioranza delle imprese ammesse in borsa.
In un sistema intriso della peggior pratica di affiliazione personalistica e familistica, nella quale le regole sono dettate da criteri di fedeltà e ubbidienza, di appartenenza a giri e cricche, dovrebbe essere un merito per chi crede a qualità di genere, aspirare a un’affermazione dei propri diritti e delle proprie competenze piuttosto che al godimento di attribuzioni sancire per provvedimento d’urgenza.

Ma non dobbiamo preoccuparci, la Boschi è così avanti che le quote rosa le ha blindate alla faccia delle richieste delle sue colleghe di partito. E di questo voglio darle  atto, così prepara una ferma, tenace opposizione alle quote che nessun partito, movimento e organizzazione vuole  e vorrà mai, quelle dell’intelligenza. E buon 8 marzo.

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