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Le smanie per il Carnevale

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Secondo Josif Brodskij il modo migliore per “imparare” Venezia è diventare un gatto, stare acciambellato su una vera da pozzo, lasciando che le cose vengano a noi, contemplando pigri e indolenti quello che avviene intorno, cogliendo solo ciò che serve e scoprendo quel che è nascosto.

Fossi un gatto a Venezia, oggi andrei a Mestre, starei ben “sconto”  in qualche cantina a trastullarmi coi sorzi, farei provvista di qualche pescetto a Rialto e me lo andrei a godere su un masegno dei Murazzi al Lido, sotto questo sole improvviso e sorprendente dopo una giornata di venti gelido e sferzante.

Perché oggi comincia il Carnevale, vola la Colombina, i rari vigili impongono il senso unico  nelle calli, frotte si muovono disperatamente verso la Piazza trasformata da immortale salotto in mortale sala d’aspetto non si sa di cosa, di un evento catartico che restituisca allegria, che liberi dalla paura, che doni libertà e disinibizione. Perché  a Carnevale « Qui la moglie e là il marito, Ognuno va dove gli par, Ognun corre a qualche invito, chi a giocar chi a ballar », scriveva Goldoni,  dietro alla maschera ci si celava per rivelare di sé solo il necessario a incantare, sedurre, imbrogliare, falsificare, oppure l’indispensabile a mostrarsi per la prima e ultima volta come si era davvero, innocenti o malvagi, vulnerabili o invincibili.

Oggi il nostro Carnevale è probabilmente la rete, i social network, dove si intrecciano relazioni, amori, si nutrono odio e risentimento, dietro un anonimato senza lustrini e piume.

E a Venezia invece masse informi e spaesate si muovono sbrigliate, ma senza allegria, rabbrividendo per il freddo e per un senso di malinconica caducità – che la festa dura poco – sotto mantelli di improbabili stoffe sintetiche e maschere venezianissime confezionate dall’altra parte del mondo. Girano guardandosi gli uni con gli altri, fotografandosi con l’i pod, senza alzare gli occhi sulla città ridotta a scenario per la loro personale e effimera recita, senza fermarsi come il gatto a aspettare  che li colpisca un prodigio, una luce che passa attraverso una vetrata, uno squarcio di cielo che a seguirlo attraverso calli strette e muri grigi, allora si, si arriva alla piazza.

Era una festa pubblica  il Carnevale a Venezia, indetta dalla Serenissima,  per  concedere alla popolazione, e soprattutto ai ceti sociali più umili, una pausa dalla fatica e dalla sopraffazione di un regime potente e autoritario, per far sfogare nella sfrenatezza temporanea malessere e livore: attraverso l’anonimato di maschere e costumi  si otteneva un provvisorio  livellamento dei ceti sociali, un rimescolamento malandrino e capriccioso, si autorizzava persino la pubblica derisione delle autorità e dell’aristocrazia.  Per qualche giorno ci si salutava solo  con il “buongiorno o buona sera signora maschera”, si diventava attori e spettatori di una commedia collettiva dove ci si scambiavano ruoli, nascevano amori, si consumavano tresche, si nutrivano passioni con la consapevolezza  della loro fine incruenta come si addice ai sentimenti che  si recitano in teatro e non lasciano ferite, semmai solo una piccola puntura, come la spina di una rosa.

Eppure se fossimo quel gatto scopriremmo tanto a stare acciambellati su quella vera da pozzo, se dietro quella maschera e specchiandoci nell’acqua del canale fossimo capaci di ricongiungere  quelle parti chiare e oscure del nostro essere, per ritrovarci interi e liberi una volta tolta la “bauta”, se tanti anni fa viaggiatori più intenti di noi usarono Venezia come  l’archetipo della decadenza e della demoralizzazione di una società che si producono quando il senso della cooperazione, della coesione e dell’onore lasciano il posto alle regole del mercato, quando “i palazzi vanno in rovina, la musica non si sente piu’, quei giorni sono passati resta solo la bellezza di questa gloria morente..”.

Ora che è finito quell’istinto che aveva spinto l’intera popolazione di Venezia, tutti quelli che ci erano nati o ci erano arrivati da ogni parte,  a partecipare, come diceva Le Corbusier,  a quel gesto gioioso e fecondo che rappresenta, in qualche modo, la quota d’amore dedicata a ogni cosa., la gioia di creare e partecipare a un atto collettivo, un progetto comune di  crescita e di affermazione di una società intenta a creare e godere di sapere, bellezza, benessere, con eguale possibilità di accesso, adesso che il tema della bellezza della morte sostituisce quello della bellezza della magnificenza e dello splendore, adesso  spettatori globali sembrano aspettarne la fine, mediante collisione con navi a più piani o letterario affondamento ineluttabile, memento mori planetario  che rammenta l’irrimediabile perdita della memoria, della bellezza, della storia di noi come una condanna cui non possiamo porre rimedio, annuncio e anticipazione di catastrofi imminenti e universali.

Sia pure con i loro troppo luccicanti costumi artificiali i turisti del Carnevale di questi giorni bui ricordano quelle figure di Guardi, il dinamismo effimero e profetici dell’attimo fuggevole: moltitudini di persone che, come larve trasportate dall’istinto e dalla passione, si riversano vacillanti lungo i canali, nelle calli, nei campi e sulle piazze come in una delirante autodissoluzione ebbra e sconsiderata, malata del senso della corrosione, del morso del tempo, del gelo intemperie e della solitudine, della miseria della perdita del sogno della felicità.

Si, meglio essere un gatto.

 

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