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Figli di uno zio minore

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 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il contrasto tra ragione e passione oppure tra quelle passioni che si presentano che si presentano come follia e cecità temporanea, e la razionalità è stato un elemento che ha accompagnato la filosofia da Platone fino al Settecento. Ormai malati di un “pragmatismo” che ha affievolito la ricerca della felicità e la costruzione di utopie, sembrava stessimo  vivendo un’epoca di esaurimento delle passioni, delle quali si sono consumati gli  ultimi brandelli nelle vicende politiche dell’Europa degli anni ’30-‘4O dove si combattono, in nome del passato e del futuro, le passioni nere e rosse dei totalitarismi che finiranno per approdare alle passioni grigie della democrazia borghese.

Invece il potere e chi ci abita ci riserva delle sorprese, almeno sul versante di quelle che Spinoza chiamava le passioni tristi, ira, odio, invidia, avarizia, avidità, accumulazione, vanità, quelle che provocano amarezza, smania di risarcimento, e che richiederebbero un’etica del limite,  tanto dello sviluppo sociale quanto della realizzazione del proprio io.

Succede che ci siano degli attori reclusi nelle stanze dei palazzi, affetti da ambizione, mossi da interessi personali e della loro cerchia ristretta, impauriti da molte minacce: la perdita dei privilegi, il ritorno a una vita anonima, le richieste impellenti di “creditori”, la perdita di consenso e notorietà, spaventati dalla responsabilità quanto sono attratti dal comando, impotenti e inadeguati, viziati e tracotanti, remoti e estranei alle esistenze degli “altri” da loro, dal loro ceto ristretto e distante.

Li accomuna una vita che non ha conosciuto il lavoro, la fatica, il rischio, la perdita, l’incertezza, incistati come sono in sacche di prerogative dinastiche, di privilegi ottenuti per via ereditaria o per affiliazione, per nomina dall’alto, per elargizione benevola di avi, nonni, zii, padrini che per li rami fanno discendere incarichi, ruoli, benefici, regalie, prebende. C’è il nipote adottivo fatto proconsole, che ha dimostrato tutta la sua  incompetenza ostentata come moderno dinamismo, improvvisazione esaltata come  creativa qualità, ignoranza mostrata come giovanile esuberanza, che esige di restare sullo scranno per l’autorità conferitagli da un potente tutore. C’è il burbanzoso guappo, che le spara grosse e che a forza di fare a gara col nipote su chi le spara più grosse si è sparato su un piede, e adesso saltella zoppicando e è pentito della sua tracotanze e si tirerebbe indietro volentieri e cerca protezioni presso quel suo ingombrante padrino e non sa neppure se i patti scellerati che ha stretto saranno conveniente per lui. Il Padrino dal canto suo, non ancora disarmato, chiuso nel suo maniero, tira fuori dai forzieri dobloni, compra diritti per imbonire il popolo, che fa più il Milan anche sconfitto di un’elezione, sibila avvertimenti trasversali, vezzeggia traditori in via di redenzione, ma è anche lui prigioniero dei numeri, della sua condizione di mobilità condizionata. C’è il vecchio sire, irriducibilmente deciso a non sconfessare il suo operato, per protervia di vegliardo, perché così da fuori gli hanno imposto di fare, perché teme si rivelino le protezioni accordate, perché è innamorato del suo ruolo salvifico, perché se non è immortale vuole lasciare l’impronta che lo farà ricordare da chi gli succede come colui che ha  instaurato una monarchia presidenziale, che c’è chi tira su piramidi e chi abbatte la Costituzione.

Oggi ha fatto irruzione un’altra passione triste, la superstizione, che suggerisce di ricordare il caso D’Alema, come altre vicende che dovrebbero suonare dissuasive come un monito da quella Provvidenza, unica divinità cui si affida il Presidente del Consiglio. Immaginiamo dunque aruspici di Palazzo Chigi o di Palazzo Vecchio che interrogano le viscere di animali sacrificati, che coi cervelli hanno poca dimestichezza, in attesa di una svolta animista che attribuisca potere di decisione e di veto alle poltrone prestigiose, alle solenni scrivanie, ai tappeti soffici per camminare e per prostrarsi. Sperando che non indirizzino le scelte inquietanti balconi, che le urne sembrano passate di moda.

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