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Taglia l’arte e mettila da parte

All%20Art%20Historians%20Must%20DieAnna Lombroso per il Simplicissimus

Abbiamo proprio l’esprit maltournè, sempre a vedere il male dietro a ogni gesto del governo e del Parlamento. Anche tutto questo tumulto in rete per l’abolizione della storia dell’arte dalle scuole votata dalla Commissione Cultura si è rivelato una solenne bufala. Si perché se proprio andiamo a guardare, se proprio si doveva insorgere, beh allora andava fatto ben prima quando la ministra Gelmini senza troppo rammarico aveva già provveduto al taglio necessario, che ora sarebbe stato semplicemente confermato. No, non è una totale eliminazione, si trattava di una di quelle ragionevoli restrizioni suggerite dalla pragmatica volontà di applicare l’austerità a capricci dispendiosi e francamente pericolosi in tempi di desiderabile omologazione verso il basso: cultura, bellezza, arte, pensiero, creatività.

In realtà era sempre stata una cenerentola, praticata sotto forma di consultazioni di libri largamente criptici e immaginifici più che iconografici, che solo in casi straordinari avventurosi insegnanti si arrischiavano a portarci in un museo e di valori tattili per carità non se ne parla, tutti pigiati a guardare di lontano la vetrosa plasticità di Cosmè Tura ola materica profondità di Caravaggio.  Ma adesso suona ancora più paradossale e ingiuriosa la limitazione a un’ora una tantum di una materia che, a detta di quelli che la condannano alla serie B, riguarda il vero petrolio italiano, il più dovizioso giacimento nazionale, il brand più profittevole, la risorsa più ricca promettente. Ma ci sta tutta, combinata con lo stato d’abbandono del nostro patrimonio e dell’arte, consumato ad arte appunto come un delitto premeditato per poi consegnarli nelle mani di sponsor disinvolto, retrocessi a marchio, griffe, spot, scaricabile dalle tasse.

E poi perché mai far studiare i ragazzi sui libri e a scuola quando ormai l’arte è meglio che sia filtrata attraverso la calza di nailon dell’advertising, delle video clip, del cinema, quando Canova è costretto a prestarsi a far da testimonial di biancheria intima, Ponte Vecchio diventa location di cene aziendali, siti archeologici scenari per pomposi matrimoni o banchetti elettorali.  In fondo basta guardare, perché saperne di più, perché scoprire cosa c’è dietro quella sciarpa azzurra di Vermeer o alla luminescenza di quella perla, davanti alla quale sfilano da giorni italiani persuasi da un brutto film, così come erano sfilati davanti al disegno leonardesco retrocesso da anni a logo e illustrazione da dèpliant, così come Mozart fa volare una compagnia aerea o promuove un Cognac e Vivaldi ci fa compagnia aspettando la risposta del numero verde.

Siamo nella società della perentorietà, del guardare senza vedere e senza voler sapere, dove si consuma Venezia passando nel suo fragile ventre dal quinto piano di una nave, senza scendere per restare remoti e superiori, per ridurla a quinta teatrale, a miniaturizzazione di Las Vegas o Disneyland. Una società senza memoria che non vuol mai fare i conti col passato e con la storia, anche quella dell’arte,  e che così si arrende al furto di futuro, e di arte.

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