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Italia in salsa thai

l43-thailandia-protesta-esercito-131129115616_bigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un’amica tailandese che ormai vive abitualmente in Italia mi raccontava ieri sera che ormai al suo Paese tutti “aspettano” la rivoluzione dopo le rivolte. A smuovere coscienze e a indurre all’azione anche i non molti toccati da un relativo benessere in una economia emergente, è la corruzione che dai palazzi reali in giù   contagia e ammala, contrastata solo quando arriva ai ceti più bassi, più vulnerabili, quelli che non possono permettersi nemmeno quella.

Cinema, letteratura, leggenda ci hanno abituati a pensare a tirannie orientali, caratterizzate da un istinto e un uso all’intrigo, da trame oscure, complotti cruenti, insurrezioni sedate nel sangue, alterazione e decadenza morale alimentata da tremende disuguaglianze: da una parte i forzieri di Alì Babà e la fame, la perdizione, la schiavitù di corpi in vendita. Come rispondere alla mia amica che ieri sera mi chiedeva come mai invece noi la rivoluzione non la facciamo e nemmeno brevi scoppi di ribellione, quando, a suo dire eh, qui la corruzione è ancora più endemica e diffusa?

Pochi giorni fa è stata pubblicata l’immancabile graduatoria di Trasparency dei paesi più avvelenati dalla corruzione e per il primo anno è passata sotto silenzio, forse per quell’assuefazione al male che fa assorbire i piccoli choc in attesa di quelli più forti, probabilmente perché anche per i media assoggettati al nuovo imperialismo globale è un tema uscito dalle agende, che si tratta di una patologia funzionale al mantenimento di equilibri e poteri, inesauribile risorse per la loro sopravvivenza e per gli equilibri interni.

I veleni e le aberrazioni della politica  assomigliano, sia pure in una economia di scala, a quelle che hanno contaminato la cosiddetta società civile, in una trasformazione attuale del familismo, come giustificata e ineluttabile scialuppa di salvataggio per aggirare ostacoli resi più ardui dalla crisi, dall’incertezza, dalla precarietà. Così che si scoperchiano pentoloni dove bollono orrendi intrugli magmatici di soprusi, estorsioni, licenze, compravendite, illeciti, abusi, appropriazioni ed espropriazioni ai nostri danni, nella indifferenza brontolona che accoglie la coazione a ripetere e il risaputo, che tanto sono tutti uguali e dunque possiamo essere uguali anche noi.

L’Aquila, la Terra dei Fuochi, le elezioni truccate di Cota, l’Ilva di Taranto, il brand  dei rifiuti a Roma sono i casi di studio dello stesso fenomeno come ci fa intendere oggi il Simplicissimus, quella commistione generalizzata, diffusa, prima tollerata poi promossa tra varie criminalità, maleducate o in guanti gialli, molte delle quali ormai istituzionalizzate: il sistema di semplificazioni che preludono a licenze e favoriscono abusi, iter di autorizzazioni ormai addomesticati da lievi multe e ancora più lievi sanzioni simboliche, che oltraggiano oltre a territori e beni comuni anche quello pubblico delle leggi e delle regole, l’eclissi dell’edifico dei controlli, impoverito di uomini e competenze, ma soprattutto di risorse, in modo che sia più vulnerabile ed esposto a negoziazioni illecite.

Il paradosso è che sembrano diventare fastidiosi, molesti ai più e addirittura impopolari figure grigie convertite in piccoli eori, sindaci che si dimettono invece di fare contemporaneamente i leader di partito e gli aspiranti premier, magistrati testardi che fanno semplicemente il loro mestiere, funzionari pubblici che denunciano pressioni e finiscono per denunciarli in rete perché diminuiscono a vista d’occhio i cronisti che informano invece di renderci partecipi del loro pensiero. Si, impopolari perché in qualche modo perverso, vanno contro quella componente della nostra autobiografia nazionale che legittima il ricorso alla corruzione, alla mazzetta, alla raccomandazione in nome della necessità, proprio come ha  voluto il susseguirsi dei governi, quelli che ci hanno voluto persuadere che non c’è altro da fare, che non si può e nemmeno di deve essere per bene, che il male è una obbligatorietà imposta dai tempi e perfino desiderabile, così come sono doverose l’ubbidienza e la rinuncia, così come è impossibile dire di no, proprio come succedeva a Bisanzio e nei palazzi imperiali del lontano Oriente e oggi a Atene, a Roma, a Bruxelles.

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