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Aborto dei diritti

spagna-aborto-defaultAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dietro ogni dogma c’è un affare da difendere, diceva Rosa Luxemburg

E io me li sento alitare sul collo i manager della difesa della vita, che sono poi gli stessi che le nostre vite le umiliano, le mortificano, le restringono a esistenze povere e senza speranze, ne avviliscono la dignità limando i diritti, ridotti in una polverina che si soffia via per essere ricondotti alla condizione di corpi,  sui quali dobbiamo rinunciare ad esercitare libero arbitrio e decoro. L’ Europarlamento ha respinto la risoluzione che chiedeva il diritto all’aborto sicuro e legale all’interno di tutti i ventotto paesi membri. In Spagna se ne limita il ricorso auspicando il divieto totale e definitivo. In Italia l’obiezione di coscienza rende impraticabile una legge dello Stato, con il rischio di un ritorno alla clandestinità e alle mammane, quelle che non “operano” più sui tavoli della cucina, ma in tanto di cliniche private compiacenti e compiaciute di onorari prestigiosi.

C’è poco da interrogarsi sul perché in tempo di crisi si ritorni a esercitare una stretta anche sul più doloroso e arduo dei diritti: per motivi pedagogici e esemplari, probabilmente a dimostrazione che donne troppo indipendenti devono essere ricondotte alla ragione, quella delle mura di case, dell’ubbidienza, della subalternità, certamente per ribadire che le leggi devono uniformarsi a principi e dogmi confessionali, sicuramente per riconfermare che è scopo dello stato contribuire a incrementare eserciti siano di soldati o siano di schiavi, indubbiamente per dimostrare che è  dovere e responsabilità della politica guidare un popolo infantile e scriteriato nelle sue scelte personali, entrando nella privatezza delle esistenze, per imporre, invadere, soggiogare almeno quanto latita nell’assicurare garanzie e prerogative. E senz’altro per ristabilire che cura, assistenza, medicina così come istruzione, cultura, beni comuni deve rientrare nell’ambito privato in modo da dare profitto e promuovere arbitrarietà e discrezionalità, sostituendo le leggi del mercato a quelle dello stato di diritto.

E come se non bastasse, serve anche a avvalorare l’egemonia dispotica dei nuovi sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che  predispongono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di  trasformare una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata. Così la teocrazia del mercato officiata dal  potere politico e dalla religione hanno dato forma a quella mercantilizzazione del diritto  e della giustizia che apre la strada alla mercificazione delle vite, delle convinzioni, delle scelte e dei diritti fondamentali.

Legiferando sui geni, sul corpo, sul dolore, sulla vita e sulla morte, sui privilegi e sul lavoro applicando la repressione, l’arroganza e la tecnica d’impresa che sposta la gente senza più luogo, città, patria, o non riconoscendo il valore di quella lasciata per fame o guerra, quello che si vuole è  promulgare i principi di una nuova cittadinanza basata sul censo, in modo che le libertà diventate merci siano accessibili come elargizioni o esclusiva solo di chi può permettersi di pagare.

Lo scenario globale disegna altre frontiere della delocalizzazione:  matrimonio omosessuale o   fecondazione assistita, determinano un flusso di turisti del diritto verso altri paesi, così come i paradisi fiscali e i paesi meno rispettosi dei diritti di chi lavora o con una blanda legislazione ambientale attraggono il turismo delle licenze, delle trasgressioni, dell’evasione di corruttori, di imprese e di capitali.
Ci accingiamo a diventare profughi della dignità e della libertà che chiedono asilo per i loro diritti, ma avendo dato poca accoglienza altrettanto poca ne troveremo.

 

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