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Politica da microbi

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Oggi parliamo di politica, di quella vera però, così invece di occuparci dei partiti, delle manovre, dei tycoon e delle alte cariche, partiamo dai microbi. Ma prometto, non ci risiamo con Renzi anche se nello specifico ci occuperemo di batteri patogeni che a quanto pare sono sempre più difficili da arginare. In un convegno organizzato dell’Istituto Pasteur di Roma e dalla fondazione Cenci – Bolognetti è stato lanciato l’ennesimo grido di allarme sulla sempre maggiore resistenza che i germi  oppongono agli antibiotici e questa volta con dati davvero inquietanti: i ceppi isolati negli ospedali (più virulenti e vigorosi com’è facile immaginare) la resistenza agli antibiotici più utilizzati va dal 25 al 50 per cento. Alcuni, come la Klebsiella pneumoniae presentano dal 10 al 25 per cento di resistenza anche all’ultima classe di antibiotici, i carbapenemi, che vengono usati solo nei presidi sanitari come ultima chance. Inutile dire che anche in questo campo siamo agli ultimi posti in Europa come dimostra questa ricerca, ma è solo una postilla al ragionamento generale.

Benché si senta dire che queste resistenze siano dovute ad un uso improprio degli antibiotici in realtà il fenomeno è assolutamente in linea con i meccanismi evolutivi ed è inevitabile: i batteri si riproducono mediamente ogni 25 minuti e dunque le mutazioni casuali favorevoli a presentare meccanismi di resistenza ai farmaci sono numerose. La stessa cosa avviene anche nell’uomo, solo che il processo è assai più lento, visto che produciamo una generazione mediamente ogni 25 anni: per dare un’idea concreta mentre nasciamo ci sviluppiamo e alla fine ci riproduciamo per un batterio sono passate 525 mila generazioni, cioè lo stesso spazio evolutivo che ci separa dal lontanissimo antenato nostro e dei primati, il Proconsul, più di 13 milioni di anni fa.

Questo cosa vuol dire? E cosa c’entra la politica? E’ semplice, vuol dire che l’efficacia di un antibiotico è comunque ridotta nel tempo, che il suo uso generale e salvavita propizia prezzi mediamente contenuti e magari anche riproduzioni a basso costo nei Paesi più poveri: così ,visti i costi di ricerca e sviluppo, le case farmaceutiche sono  sempre meno propense a svilupparne di nuovi  perché non ne ottengono un sufficiente profitto. Almeno secondo le aspettative degli azionisti. Per non parlare poi della ricerca più basica sui meccanismi biochimici della resistenza che è lunga, faticosa, costosa e magari potrebbe non garantire di sfornare un prodotto da vendere. Dunque stiamo cominciando ad assottigliare le difese contro le malattie, a intravvedere il concreto pericolo di epidemie nel corso dei prossimi decenni e a dover accettare l’esito fatale di infezioni, come la polmonite, che fino a ieri erano domabili abbastanza facilmente.

D’altro canto però le classi dirigenti occidentali, forti della cultura del mercato e del privato, sono fortemente contrarie a ipotizzare un intervento pubblico nella ricerca, pur sapendo le conseguenze a cui si può andare incontro abbandonandosi esclusivamente alle logiche del profitto: l’alleanza fra pubblico e privato in un campo così cruciale della salute e della ricerca è come fumo negli occhi per molti interessi, non soltanto sul piano dell’assistenza come vediamo negli Usa, ma anche come strumento improprio che viene a turbare il mercato nel campo della farmaceutica. Così il pericolo viene generalmente minimizzato, cercando metterci una toppa restringendo l’uso generalizzato degli antibiotici, che al massimo può ritardare un po’ l’insorgere delle resistenze batteriche o suscitando, negli strati più rozzi della popolazione, la paura dell’immigrato e dei suoi germi (cosa che però non frena dal viaggiare chi se lo può permettere). Ma è chiaro che la soluzione in questo contesto non può che essere – o con lo strumento dei prezzi o con la mancata ricerca a monte –  l’esclusione di un gran numero di persone da cure efficaci.

Ecco dove c’entra la politica perché è proprio da queste considerazioni che si deve partire per riaffermare il ruolo essenziale del pubblico che invece si cerca di negare privatizzando ogni cosa. Se possiamo fare finta di ignorare le conseguenza di una concessione ai privati di servizi universali come quelli di trasporto o della distribuzione idrica, se possiamo nascondere il fatto che il profitto è una causa di inefficienza in mancanza di concorrenza, non possiamo però ignorare le conseguenze che le logiche mercatistiche possono avere hanno sulla salute, come su altri diritti fondamentali arrivando a scardinare la stessa idea di eguaglianza. La demonizzazione dell’intervento pubblico come se questo fosse una bestemmia o un’indebita concorrenza o ancora uno sfregio a bilanci da contenere perché se no le banche e i finanzieri piangono, ci sta portando verso una caduta della civiltà, anche materiale. Così che man mano quella “borsa o la vita” con cui si gioca scherzosamente, annuncia una tragica realtà.

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