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Consorzio Venezia Morta

veneziaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono dei giorni a Venezia nei quali il grigio è scintillante, corrusco come gli scudi degli eroi, attraversato da lampi rapidi di sole. Quell’anno, in quei primi giorni di novembre invece il grigio era stato insondabile, fitto, opaco. Pioveva pioveva e l’acqua che veniva su dai tombini e lambiva le rive delle fondamente, non si ritirava mai. Poi la mattina del 4 tirava un vento rabbioso e insolitamente caldo che pareva salisse da viscere demoniache e a mezzogiorno, ridendosela della caute previsioni del pomposo ufficio maree del comune, aveva raggiunto il metro e novantaquattro centimetri, a ondate prepotenti aveva travolto le antiche e intrepide difese predisposte dalla Serenissima, i Murazzi erano stati travolti e superati e marosi schiumanti si abbattevano sui colonnati della piazza.

Dopo una sosta di ventiquattro ore, le acque ritirandosi, si lasciarono dietro la desolazione e il sospetto profetico che Venezia non sarebbe stata più la stessa: si era manifestata repentinamente la sua vulnerabilità, si era saggiata la sua fragilità, per contrastare la quale   l’operosa e dinamica Repubblica aveva innalzato barriere, deviato fiumi, colmato e scavato in un incessante e puntiglioso governo di terre e acque.

Quel mare piegato ai dolci commerci, alle conquiste ardite per fare più ricca e grande la Serenissima, si rivelava nemico ostile, minaccia imprevedibile, rischio sempre in agguato.

Da allora il sogno demiurgico di una città mitica che irradiava la sua grandezza, capace di addomesticare le forze della natura, si convertiva in un incubo letterario, quello di un mito che sprofondava, una nuova Atlantide condannata al lento scivolamento nelle profondità.

Il mondo trepidava, incantato dalla condanna, come da una profezia simbolica o da un ammonimento allegorico del declino incontrastabile della potenza che si riduce in polvere o in fango. Nacquero comitati, organismi internazionali e nella città si riesumò l’inattivo e pletorico Comitatone per individuare le misure di emergenza nel quadro di leggi speciali.. Eh si perché anticipando il sistema di governo oggi consolidato, dell’impiego della straordinarietà per legittimare abusi inverecondi, commissariamenti autoritari, spese eccezionali, opere pesanti e faraoniche, interventi eccezionali, si scelse la strada più pesante, quella dell’anomalia, della straordinarietà, dell’esuberanza invece di praticare quella della continuità, della manutenzione, della cura, quella della pulizia dei canali, della tutela delle barene, polmoni naturali a compensare scavi irrazionali, della creazione di valli da pesca, a circoscrivere le alterazioni prodotte dall’uomo sgli equilibri lagunari.

Ci hanno messo un po’ per trasformarsi da avido e spregiudicato padronato industriale in onnipotente cordata “salvifica”, ma dietro alle sigle bibliche e alle etichette consortili che inneggianti al nuovo ci sono sempre gli stessi  vecchi maggiorenti, quelli dei petroli, quelli della chimica, quelli del Vajont, del sacco delle cave, dell’oltraggio ai dolci declivi della campagna veneta.

Si ci hanno messo un po’, dieci per decidere la chiusura delle bocche di porto, quasi vent’anni per imporre il Mose, tramite Consorzio, una soluzione già invecchiata e inadeguata sul nascere,   rigida, pesante, indiscutibile e inconfutabile, chiusa alla sostituzione ma perfino alla integrazione di alternative o correttivi.

Il fatto è  che più che la grande opera ingegneristica, più che quei tre mastodontici rubinetti collocati alle bocche di porto, quello che contava era  stabilire il primato e l’egemonia di quel mostro giuridico che è il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico e confermato da tutti i governi, vero padrone incontrastato della città, ancora indiscusso, ineluttabile e incontestabile malgrado le accertate malversazioni, concessionario dispotico e assoluto di tutti gli interventi afferenti al bacino scolante, opere e interventi di bonifica e disinquinamento, progettazione e realizzazione, studi e cementificazioni, in una marmellata autarchica di intrighi e competenze, attribuzioni e abusi, leggi ad hoc e illeciti.

Una città impotente, un ceto dirigente largamente indifferente e ancor più complice hanno visto pian piano espandersi irresistibilmente la sfera d’influenza del consorzio e delle  imprese che ne fanno parte, una trentina di costruttori: da Astaldi a Mazzi, a Gavio, al gigante delle cooperative Ccc, Mantovani in sostituzione di Impregilo imegnata sul Ponte di Messina, tutte favorite da linee di credito privilegiato con banche potenti e da sempre vicine ai governi, con in testa il gruppo bancario Intesa.

La “cessione” – voluta dal governo Monti –   della porzione dell’Arsenale che doveva ritornare alla città, è un atto simbolico senza ritorno, che sancisce il vero business del Consorzio, il vero brand, il monopolio cioè di qualsiasi intervento si faccia a Venezia, paradossalmente ancora più profittevole se le paratie non si realizzano, ma continuano le attività connesse e comunque redditizio, se assicura la gestione e manutenzione dell’opera strada facendo e  una volta completata.

È una città occupata ed espropriata Venezia, a disposizione di orde di passanti indifferenti, cannibalizzata da sogni di immortalità di ipocondriaci faraoni, svenduta a mecenati in cerca di collocazioni auguste per i loro rutilanti centri commerciali, oltraggiata anche a parole da chi l’accusa di ottuso immobilismo, di accidioso rifiuto di modernità e sviluppo, rappresentate evidentemente da torri rotanti, da outlet ospitati in qualche fondaco svuotato r ridotto a quinta teatrale, da vie di scorrimento per grandi navi, dalla conversione in laboratorio di eccellenza per l’ideologia gigantista delle opere inutili e pesanti, rigide e soffocanti, che si compiano o restino incompiute.

Un ceto dirigente chiuso nella difesa di grandi interessi, che non consulta le risorse ancora straordinarie e vive della città, Università, competenze che derivano dalla tradizione, studiosi, artisti, che impone i suoi soprusi a una cittadinanza stremata da un turismo intensivo e strafottente, che sottopone il tessuto urbano a test per saggiare fin dove arriva la sopportazione dell’ambiente e della popolazione all’offesa stanno condannando Venezia a scomparire, non sommersa dalle acque come San Marco a Boccalama, ma rimossa dalla memoria e dal futuro, un sogno collettivo evaporato nella miseria di un mondo senza bellezza.

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