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Fiat, sconfitto il MiTo dell’intimidazione

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Cose che a Fazio non succedono

La buona notizia di oggi è che Formigli e la Rai sono stati assolti in appello dall’accusa di lesa Fiat. Com’è noto all’azienda di Detroit con impianti anche a Torino, non era andata giù una trasmissione di Anno zero in cui l’Alfa MiTo era stata messa a confronto con altre due concorrenti, facendo una magra figura. Per la verità il concorrente era uno solo, perché sia la Mini che la Citroen Ds erano ( e sono)  entrambe equipaggiate da un’evoluto propulsore Bmw che si è facilmente imposto su motori Fiat più anziani ( ma da quanti anni l’Alfa non progetta più un motore? ) montati per di più su una scocca di origine General Motors e dunque pensata per utilizzi non troppo sofisticati.

Non volendo investire più di tanto nel prodotto e facendo del bricolage tecnico Marchionne, che in fondo è un Avvocaticchio, voleva però vincere le rivali sul piano legale e aveva fatto causa per i presunti danni provocati dalla trasmissione. Una pretesa che si avvaleva di una relazione tecnica redatta dall’allora rettore del Politecnico torinese, Francesco Profumo, divenuto in seguito il peggior ministro dell’istruzione che si ricordi, un vero Mito al contrario. Perizia che adesso è stata giudicata “irrilevante” e colma di “argomenti totalmente inammissibili”: forse Profumo non aveva compreso che non gli si chiedeva un autoritratto.

In prima istanza, con una sentenza che i giudici di appello hanno considerato, come dire “impropria”, questa macedonia di poteri intrecciati e rafforzata da un Marchionne venduto come il salvatore dell’industria automobilistica nazionale, riuscì ad imporre a Formigli e alla Rai un risarcimento di 5 milioni, pur non avendo potuto smentire una virgola del servizio, ma basandosi sul fatto che esso non aveva parlato anche di altro, di una supposta maggiore comodità della MiTo, del prezzo e quant’altro: tutte quelle “qualità” assai opinabili grazie alle quali le riviste specializzate riescono a riequilibrare i giudizi e a non spiacere a nessuno. Insomma nella sentenza di primo grado aveva agito la giurisprudenza materiale del Paese secondo la quale la Fiat non è criticabile come se avesse sede al Quirinale e che accoglie nel suo corpus un incensorio aziendalismo per cui di fatto diventa quasi impossibile criticare un qualunque prodotto, più che mai nell’informazione che conta, cioè in quella televisiva.

Il servizio di Anno Zero era stato insomma uno sgarbo, una mancanza di rispetto come non andare al matrimonio della figlia del padrino. E ora grazie all’appello che ristabilisce un minimo di diritto all’informazione, alcuni propongono che chi fa cause di questo tipo con un chiaro intento intimidatorio se le perde, paghi un risarcimento. Più che giusto se non fosse che questa sentenza ha in un certo senso del miracoloso in un’ Italia dove le intimidazioni giudiziarie, economiche, politiche e sul lavoro costituiscono la spina dorsale di un sistema di potere.

 

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