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Il vizio di cercarsi i giudici “giusti”

26356-giuliano-amatoE’ entrato nella Corte Costituzionale da quella porta di servizio che è ormai aperta ventiquattro acca, come direbbe Maroni, al Quirinale. Ma Amato con incredibile protervia, continua a dare dimostrazione di essere un avanzo di garofano e una raffinata spezia del berlusconismo: il “supremo giudice” qual’è diventato a nostro scorno, dimostra ogni giorno di più  di essere tra quelli che amano sgusciare come anguille e credono fermamente nella giustizia ad personam.

Il Fatto Quotidiano ha tirato fuori alcuni gustosi aneddoti del passato del dottor sottile che, per la verità, spesso non ci è andato troppo per il sottile e l’ultimo episodio riguarda i consigli dati da Amato alla vedova di un alto dirigente socialista messo in mezzo dai suoi colleghi in una vicenda di tangenti, tanto per cambiare. E il consiglio è quello di tacere per non fare “una frittata”, per evitare di coinvolgere altri e il partito stesso, visto che si poteva disporre di un colpevole già defunto per altre cause.  Alla faccia del giudice costituzionale. Certo non è una robetta e anche se risale al ’90 testimonia della tempra nel quale è forgiato l’uomo, tanto da aver suscitato una richiesta di dimissioni da parte del M5S. Ma la cosa singolare è che Amato non si difende scrivendo al Fatto, cioè al giornale che ha tirato fuori la cosa, ma a Repubblica, dove trova più agile e sussiegosa accoglienza, come accade per tutti i cocchini di Napolitano: insomma cerca il giornale e i lettori più praticabili come il suo maestro e donno Berlusconi ha tentato di fare per decenni con i giudici: scegliersi quelli più comprensivi.

Naturalmente la mossa ha avuto anche il vantaggio di poter approntare una difesa d’ufficio nella quale Amato può allegramente trascurare ciò che scrivono i giudici nella sentenza e dare una versione tutta personale e rappezzata senza che nessuno lo inchiodi. Ma appunto non è questo che conta, né il tentativo di un uomo di farsi Rashomon credendo di dare di sé molte sottili verità che in realtà confluiscono nella noiosa banalità del notabile e azzeccagarbugli da camera caritatis. Ciò che conta, che spaventa e che diventa insopportabile è l’eterno tentativo di queste persone di sfuggire alle domande, di parlare senza contraddittorio effettivo che per loro è come l’aglio per i vampiri: una condizione che da decenni riescono ad ottenere con troppa facilità. Ciò che non sopportano è, ad ogni livello, di trovare giudici o giudizi invece di complici.

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