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Fiat, la nostra Africa

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si, la Fiat è costretta ad accettare che la Fiom-Cgil nomini dei suoi rappresentanti nella fabbriche del gruppo, in virtù della   sentenza della Corte Costituzionale del 23 luglio scorso che aveva dichiarato illegittima quella parte dell’articolo 19 delle legge 300 – lo Statuto dei lavoratori – che consente la rappresentanza solo ai sindacati firmatari dei contratti.  Ma ribadisce anche che senza legge sulla rappresentanza si mette a repentaglio il suo impegno industriale:  «In ogni caso, come peraltro suggerito anche dalla Corte Costituzionale, un intervento legislativo è ineludibile: la certezza del diritto in una materia così delicata come quella della rappresentanza sindacale e dell’esigibilità dei contratti è una condicio sine qua non per la continuità stessa dell’impegno industriale di Fiat in Italia».

Non può stupire la reazione dell’azienda: ricatto, intimidazione, derisione di regole e leggi, provocatoria ingiuria nei confronti di sentenze e tribunali sono sistema di governo,  ispirazioni dell’azione politica e, se la Fiat rappresenta un’allegoria del Paese, fanno parte, e non da ora, dell’autobiografia nazionale come consolidata usanza padronale: salute o salario, ubbidienza o delocalizzazione, precarietà o disoccupazione.

 Il plebiscito del ceto dirigente volto a salvare un condannato, beffando tutti i gradi di giudizio, schernendo giustizia e leggi, assume anche un significato simbolico e dimostrativo con la legittimazione definitiva di  un impianto di licenze, amnistie, condoni, indulti, lasciapassare, scudi che sorregga un contro-stato capace di smantellare completamente la già compromessa democrazia.

Ingovernabilità è lo spauracchio comune, che viene brandito come un’arma, per imporre austerità, iniquità e illegalità come criteri di governo e la rottura delle relazioni sindacali e della pratica negoziale per sancire infami ristrutturazioni e nefaste delocalizzazioni.

È inutile dire che si tratta – in ambedue i casi – di “fenomeni” pilotati, provocati ad arte, esaltati fittiziamente:  la creazione di un presunto stato di impossibilità a gestire le relazioni tra dirigenza e maestranze è il presupposto per riproporre la sceneggiatura abituale che la Fiat mette in scena quando vuole agitare lo spettro del “conflitto di classe”, quello finto, che quello vero consiste invece nella guerra che una   implacabile “cupola” planetaria ha mosso ai popoli, quella fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta decine di trilioni di dollari e di euro, che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori, che vengono gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini.

Ed infatti è la replica di un copione già testato nell’anno precedente la sconfitta sindacale dell’’80 con i 61 licenziati a Mirafiori, imputati di sabotaggi, violenze, sospettati addirittura di fiancheggiare il terrorismo, accuse che si rivelarono salvo pochissimi casi, largamente infondate, ma che servirono a rompere il fronte sindacale e a isolare i lavoratori in una solitudine che oggi si è fatta ancora più disperata.

 Gli accordi di questi anni, da Pomigliano al contratto collettivo che si applica in tutti gli stabilimenti, non sono solo delle contro-piattaforme che sanciscono la vittoria di tutte le richieste padronali che il sindacato aveva respinto unitariamente per due decenni, ma hanno un esplicito intento restauratore e una volontà di vendetta contro diritti e conquiste.

Proprio come l’augusto condannato condanna a sua volte il Paese a subire le sue istanze di demolizione, tramite la sua salvezza, di legalità e giustizia, così la Fiat gli infligge la pena di abbattere, con le garanzie e i diritti, l’aspirazione a una crescita equa e sostenibile con il rilancio osceno di  pretese sedicentemente essenziali per il mantenimento delle produzioni nel Paese,   di condizioni inaccettabili per i suoi dipendenti e per tutti i lavoratori, secondo un format cui il ceto politico tutto si ispira e che vuole ripetere per tutte le categorie e tutti i settori. La minaccia è la stessa, se non si subisce il ricatto veniamo de-italianizzati ridotti a propaggine africana lontana della ancora pingue Europa che non ci vuole, retrocessi a Terzo Mondo incistato nell’Occidente memore di una antica opulenza, tacciati di “selvaggi” dentro a una disinvolta modernità globale, incurante di  regole e leggi, comprese quelle morali, che ostacolano mercato e profitto.

Ma i cannibali sono loro, capaci di divorare anche il futuro dei loro stessi figli, più lupi dei lupi che almeno vanno in branco.

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