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Il buio oltre gli spalti

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno dei molti, sdegnati per le ingiurie alla ministra, nell’anonimato della curva sud parteciperà nella prima giornata di campionato  ai cori razzisti degli stadi, in cuor suo, si adombrerà per i successi di oriundi colorati, gioirà per i falli ai danni del bresciano Balotelli, grazie alla licenza dalle regole di civiltà che vige in quella terra di nessuno che è la passione calcistica, svincolata dalla retorica dello sport  come esercizio di uguaglianza, bon ton e rispetto reciproco – che si sa, la squadra del cuore è una fede e come tale consente integralismi e fondamentalismi.

È perfino banale osservare che insieme alla paura dell’altro da sè, il razzismo si accompagna a indistinti complessi di inferiorità e insicurezze del proprio valore e della propria identità. E che se italiani brava gente pensano sia naturale e lecito ubbidire a infami leggi razziali, attuare misure anche individuali di segregazione, perpetrare inammissibili offese all’umanità, provano di certo una gran soddisfazione nel pigliarsela con chi è “arrivato”, si è affermato per meriti o qualità, sta meglio di loro, guadagna di più, incontra consenso e favori popolari, emancipandosi dalla mediocrità e dalla povertà, vecchia o nuova.

La Ministra Kyenge d’altra parte è una figura simbolica per questi particolari e diffusi cretini:  nera e donna,  rappresenta l’obiettivo simbolico per antonomasia del pregiudizio degli uomini nei confronti delle donne, di tutti nei confronti dei diversi  il cui braccio armato è appunto il razzismo, quell’ideologia che unisce gli uguali contro i differenti e che anima  parole, agita gli atti e, quando può, il potere della legge per realizzare il piano di ripulire la società degli indesiderati. Un’ideologia che raccoglie adepti con facilità perché facile da  tradurre  con le parole dell’ignoranza animale, istintiva.

In realtà è vero proprio il contrario:  xenofobia  e razzismo  si sono sostenuti da costruzioni sociale, frutto delle relazioni di potere tra dominatori e dominati per  accreditarle come così spontanei da farle accettare senza sforzo. E i target, grazie alla potenza di messaggi che si riferiscono a malintesi   principi e scienze naturali , sono tanti: l’eterosessualità è la norma; la razza bianca è biologicamente e intellettualmente superiore; il genere maschile ha una naturale disposizione alla leadership; i settentrionali sono più attivi  e  dinamici, in modo da rafforzare il senso della tribù, o meglio del branco,  per favorire l’esclusione  di altri, altre, diversi, stranieri.

Attecchiscono e prosperano negli stadi, nelle curve sud, in movimenti grazie all’amalgama che accomuna ignoranti, insicuri, velleitari, codardi, inetti, fa da codice  di identificazione e riconoscimento.  Genera emulazione e unisce soprattutto in paesi molto disgraziati,  che hanno promosso la legittimazione dei postfascisti e di un partito esplicitamente xenofobo, facendo  sì che il razzismo non sia più un tabù. Al contrario suscitando e alimentando i peggiori istinti, una volta riposti, rimossi, nascosti, autorizzati a venire alla luce come difesa ammessa dall’invasione di indesiderabili che  minacciano la composizione sociale. Paradossalmente in un Paese che si è lasciato espropriare della sovranità, si nutre il nazionalismo, in una narrazione pubblica che parla di globalizzazione,  si favorisce l’isolamento. E  un popolo costretto dal ricatto alla rinuncia dei diritti, sembra irrobustirsi dalla pratica comune di soffocare quelli di chi arriva come pèer un aberrante risarcimento.

Quando invece l’unica arma, l’unica forza consisterebbe nell’unità di reietti, poveri, emarginati, espropriati,   in cori capaci di cantare l’antica canzone della bellezza e della potenza dell’umanità.

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