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Pompei e i pataccari smart dei condoni

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Anna Lombroso per il

A Roma si chiama romanella, dai una verniciata in tutta fretta per nascondere le magagne, macchie di umidità, tramezzi pericolanti, così con un’imbiancata prendi per il naso gli inquilini e alzi il prezzo dell’appartamento malconcio. C’è chi ne fa un sistema di governo. Al posto della pittura per coprire danni, si usa il gergo del marketing pataccaro: le città fantasma ferite dal terremoto e dalle malversazione diventano smart, il patrimonio artistico è un brand, lo si “valorizza” con un concept per “posizionarlo” nello store dell’offerta turistica globale e lo si affida a manager che esalti il core business aziendale, trasformare   cultura, storia  e bellezza in profitto per il corporate.

I più entusiasti adepti della romanella sono come al solito gli attempati zerbinotti del Pd.  Dopo Renzi che vuole fare degli Uffizi una macchina da soldi, accreditare la sconosciuta Firenze in Dubai e in Malesia grazie a un marchio tipo bollino blu e realizzare  facciate michelangiolesche di palazzi incompiuti, dopo le delittuose derisioni ai cittadini dell’Aquila  ancora sfollate, ad opera dello smart ministro Barca ora dedito al sisma del suo partito,  è  la volta del lugubre Bray, in competizione col  suo tetro predecessore,  appassionato dall’applicazione della cultura d’impresa – non di pompe funebri ma altrettanto luttuosa – alla cultura, e determinato, si direbbe, ad alleggerire sé e il suo dicastero dell’ingombrante onere della gestione e della vigilanza sui beni  nazionali, affidandoli a figure commissariali con diritti di vita e di morte, motivati  a reperire mecenati disinvolti, sponsor munifici, investitori generosi.

Il decreto cultura, presentato ieri dal Bray e da Letta, per salvare il sito archeologico più vasto e più visitato d’Italia e tra i più importanti del mondo, rimette in campo i soliti 105 milioni (di cui 45 provenienti dall’Europa)  affidandoli a un  mega Direttore generale, di quelli con il ficus più alto e rigoglioso,  “che non esautora la soprintendenza, ma prende in mano l’intero Progetto Pompei per definire le emergenze, assicurare lo svolgimento delle gare, migliorare la gestione del sito e delle spese.

D’altra parte il decreto cultura è una specie di appendice specialistica del “Fare” e al Direttore unico e speciale vengono consegnate due missioni: la prima è “ fare (dopo tanto pensare), e la seconda è fare in fretta”, affiancato da una equipe di 20 esperti più 5 tecnici.

Ormai è perfino banale osservare che non c’è governo che non contribuisca a consolidare le emergenze per legittimare procedure d’urgenza, incaricare commissari straordinari e prolungare gestioni eccezionali e provvisorie, nelle cui more è permessa ogni licenza e concessa ogni sregolatezza.

Eh si,  a fronte del ripetersi dei crolli, dell’impraticabilità di aree sempre più estese (il 73% del sito è inagibile per il pubblico), della continua riduzione della compagine degli “addetti”, personale tecnico e di guardiania, i soldi restano gli stessi e anche la magniloquenza dei propositi riassunti nel Grande Progetto Pompei, una specie di Azione Parallela, anche quello dotato di maiuscole, che uno dei partner, l’Unesco, ha già disconosciuto con un rapporto stilato da due supertecnici inviati sul luogo e che il triste susseguirsi di due ministri  ha pensato bene di seppellire tra i molto scartafacci impolverati.

I due rappresentanti osservavano che il progettone per esaltare i contenuti e le magnifiche sorti virtuali tanto care agli smart governi, trascurava le necessità irrinviabili legate alla gestione e all’esercizio della più straordinaria area archeologica del mondo (66 ettari di cui 44 scavati), che aveva bisogno di quelle misure che ne avevano permesso la sopravvivenza e il godimento per secoli, da anni invece sprezzantemente abbandonate, in favore di rutilanti studi, adozione di innovazioni tecnologiche  al posto della collaudata quotidiana manutenzione.    E denunciavano  la mancanza di tecnici specializzati (non solo archeologi, ma restauratori , manutentori, ingegneri), la necessità urgente di operazioni per l’eliminazione del rischio,  la vulnerabilità  del contesto, compresa la zona extra moenia, attorno al sito. Il rapporto sottolineava infatti come Pompei fosse stata inserita nella lista Unesco dei siti dell’umanità non solo per l’importanza in termini archeologici, ma per il rapporto, allora ancora in gran parte intatto, fra la città e il panorama circostante, a partire dal Vesuvio. Quella zona cioè,  terreno di scorrerie e di abusi di ogni tipo che l’hanno ridotta a livello di una combinazione di bidonville, superfetazioni informi,   allestimenti più o meno provvisori e per lo più illegali. e cui guarda con indulgenza e comprensione la recente proposta del Pd campano di un bonario e generoso condono.

La fretta operosa richiamata dal ministro inquieta: si vorrà rispolverare probabilmente quella Grande Cordata di Grandi Aziende sempre pronte per ogni Grande Progetto.  Nel 2011 se ne era formata, sulla carta, una  francese, sponsor muscolari coordinati dall’Epadesa, il Consorzio delle grandi imprese con sede nel quartiere della Defense di Parigi, inclini ad approfittare della legge francese e delle protezioni europee, molto generose quanto a sgravi fiscali per le sponsorizzazioni culturali e che intendevano “investire”   a Pompei  dai 5 ai 10 milioni di euro entro il 2012, con la prospettiva di aumentare il contributo per gli anni successivi. E aveva fatto subito eco l’ accordo fra l’Unione industriali e l’Associazione dei costruttori di Napoli per un progetto di sistemazione dell’area archeologica «extra moenia» di Pompei, che avrebbe compreso anche Ercolano, Oplontis, Torre Annunziata a Stabia, con il proposito esplicito  di sistemare infrastrutture e viabilità per rilanciare il turismo, comprese le crociere.

L’Unesco incaricata di una sorta di tutoraggio dopo la reprimenda europea che condannava il vergognoso stato di abbandono e  trasandatezza dell’area,  ha sbeffeggiato l’inclinazione italiana  all´entertainment archaeology, l´ossessione per la valorizzazione del sito con mezzi virtuali, verso la quale sono stati dirottati molti fondi durante la gestione commissariale,  ricordando che  Pompei non ha bisogno di «theatrical presentation».

Ma adesso c’è da temere che ‘o re previsto dal Fare-Cultura metta in scena un  copione già visto: gli ultimi giorni di Pompei.

 

 

 

 

 

 

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