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I ricatti della “stessa barca”

barchettaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il  distributore automatico di insulsaggini trite e convenzionali  a proposito dell’amore, interrogato da settimanali femminili o di gossip, spesso risponde che a tenere insieme la coppia in copertina è la complicità. Uso improprio di un termine più adatto a spiegare le relazioni indissolubili all’interno di cosche, di sciagurate bande del buco, di azionariati scellerati tra corrotti e corruttori,  di vincoli opachi tra aguzzini e vittime in odore di Stoccolma, che a legami trasparenti e gioiosi d’amore, amicizia, e perfino di interesse.

Non è un caso che l’impiego inappropriato si applichi anche alle relazioni industriali a significare accordi occasionali e a termine come certe larghe intese, che come esse durano troppo e si basano sulle ragioni del più forte, che prevedono allo stesso modo disparità e disuguaglianze tra i partner e che chiamano appunto “complicità sindacale”.

Oggi i quotidiani in vena di favolette morali e di apologhi edificanti ne narra un esempio ammirevole ed educativo:  il proprietario dell’azienda siderurgica  Joint & Welding di Sedico in provincia di Belluno,  ha chiesto ai suoi 30 dipendenti di lavorare mezz’ora in più al giorno a parità di salario per tenere in piedi l’attività e non chiudere i battenti. La stragrande maggioranza degli operai, tutti tranne un paio, ha accettato seppur obtorto collo, rinunciando a due pause giornaliere di 15 minuti ciascuna. Eh certo fanno capire tra le righe i commentatori compiaciuti: siamo in uno stato di necessità, tutti siamo chiamati a sacrifici, in fondo, come dicono Sacconi, Brunetta, Squinzi, i ministri di tutti i governi, gli alleati, i diversamente oppositori per non dire di Bonanni, “siamo tutti sulla stessa barca” ed è doveroso lavorare per il comune interesse.

Più che complicità sindacale, si dovrebbe chiamare questo non inedito richiamo al collaborazionismo, ricatto morale: rinuncia a un diritto sancito da un accordo sindacale nazionale sottoscritto da padroni e lavoratori, che se non ti pieghi è peggio per te, per la tua famiglia, per gli altri operai, per il tuo territorio. Ricatto immorale, ancora meglio, perché si può sospettare che una volta superata la fase emergenziale, i sospirati profitti non vengano indirizzati al recupero del sacrificio obbligatorio, non vengano equamente ripartiti tra le maestranze, non vengano trasformati in investimenti per la sicurezza e la sostenibilità, che nelle aziende siderurgiche non sono di moda. Infatti quando  Fiom-Cgil provinciale ha tuonato contro l’accordo, definendolo illegale  il padrone  ha fatto sapere che se la situazione dovesse migliorare, a fine anno “rimborserà” gli operai.  La Fiom come al solito è isolata nella richiesta di rispetto del contratto nazionale. La Cisl nel sottolineare come questo accordo sia simbolico dello spirito di  lodevole collaborazione che lega padronato e maestranze in Veneto, lancia un messaggio consolatorio: «Alla fine della crisi ci accorgeremo che questa complicità farà la differenza, si rivelerà una risorsa». Nel dubitare che sia gli operai di Belluno che noi  potremo vedere la fine della crisi, ci sarebbe da obiettare che è costume consolidato che le risorse siano disuguali nell’accesso e nella distribuzione come vuole l’iniquità che intride tutto il tessuto economico e sociale globale.

Invece c’è da preoccuparsi che queste formule oscenamente e sfrontatamente “di parte”  si facciano strada imponendo l’austerità istituzionalizzata in fabbrica, per l’automatismo immancabile che le trasferirà dalle piccole e medie imprese alle industrie di grandi dimensioni, dalla Joint & Welding all’Ilva, dalle aziende tessili venete alla Fiat;   perché  accordi estemporanei e coercitivi rischiano di  istituire il maggioritario sindacale con soglia di sbarramento in azienda; perché  intese quadro accordo  sottoscritte sull’onda di situazioni di crisi interna, fanno germinare nuove rappresentanze aziendali, appositamente selezionate  per favorire procedure negoziali che derogano da  leggi  e regole,  pretendendo   di cancellare dai luoghi di lavoro la stessa idea del conflitto sociale e prevenendo le lotte  legittime con misure liberticide.

Meglio non fidarsi, se siamo sulla stessa barca è sicuro che i complici ci stanno rubando il salvagente.

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