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Cortei dietro il funerale del lavoro

sindacatiVedere Bonanni indignato contro tutto ciò che ha fatto e predicato nell’ultimo decennio è uno spettacolo impagabile, qualcosa che nemmeno la mastercard è in grado di offrire. Forse poi, avrà fatto l’auto comunione con vino e focacce come è d’uso il sabato sera tra la setta dei neo catecumeni di cui fa orgogliosamente parte. Ma è certo che nemmeno a Lourdes potrebbe capitargli il miracolo di trasformarsi da chierichetto del Vaticano in sindacalista. Però a parte questa star assoluta, anche il resto dello spettacolo non è stato male.

Perché dopo anni e anni di calate di braghe, in mezzo al dramma assoluto del lavoro, al risultato di una demenziale politica di appeasement a tutti i costi che ha avuto come risultato un effetto valanga che ha travolto i diritti del lavoro in alleanza con la politica della consociazione, ecco che i tre sindacati si riuniscono a Roma per dare un avvertimento a Letta: è ora di smetterla con le promesse e di fare davvero qualcosa per il lavoro, non un lavoro purchessia, ma un lavoro stabile e certo. Meglio tardi che mai, se non fosse per il fatto che man mano il sindacato ha ceduto su tutto ciò che sarebbe servito a salvaguardare quel lavoro stabile e certo, erodendo di compromesso in compromesso, di ubbienza in ubbidienza ai partiti o ai centri di potere di riferimento, proprio quella piattaforma dalla quale era possibile rivendicare una diversa dignità e centralità del lavoro.

Avvertono Letta che occorre trovare le risorse che tuttavia nella stretta del fiscal compact, del Mes, del pareggio di bilancio in Costituzione, delle demenziali indicazioni di Bruxelles, non sono reperibili: in qualche modo si fanno scavalcare a sinistra da un report di Mediobanca ai propri clienti, per il quale  senza una qualche tassazione dei profitti finanziari, senza una patrimoniale consistente o al limite senza uscire dall’euro, l’Italia rischia il default. Il lavoro c’è già arrivato alla bancarotta, stretto fra politiche liberiste, inesistenza dei governi, tappeti rossi srotolati davanti alle menzogne dei grandi gruppi, corruzione e cointeressenze: quando aziende che pure fanno profitti licenziano migliaia di persone per andarsene altrove senza che nessuno intervenga vuol dire che si è proprio alla frutta. Quando il governo del nipote di Gianni Letta, ci prende per il naso, come del resto avviene da decenni ad ogni occasione e ad ogni governo, fingendo che la situazione di deindustrializzazione e di declino sia dovuto alla mancanza di semplificazione, senza che nessuno degli ottimi, onesti, competenti guru dell’economia dei media e dell’accademia chieda come mai, con tanti lacci e lacciuoli, l’Italia abbia il più polverizzato sistema produttivo del mondo, con una media 3,2 addetti per azienda. Ecco, quando accade questo, il default dell’intelligenza è già arrivato da un pezzo.

Tamburi e bandiere, ma senza gioia e con molta rassegnazione, come di fronte alla bara del caro estinto, il lavoro. E con la Camusso che duramente si chiede come mai se si è sulla stessa barca, Confindustria non protesti e se ne stia zitta  di fronte a casi come quello della Indesit. Ma qualcuno le ha spiegato che la Confindustria è la controparte e non un’organizzazione di catering per convegni in prestigiose località? Naturalmente  la segretaria della Cgil promette che il sindacato è pronto a fare la sua parte, quella del resto che ormai recita da troppi anni facendo venire meno una dialettica invece essenziale per la tutela del lavoro e della stessa democrazia: la parte del non sindacato.

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