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Buonanotte ai suonatori

17958Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi Rai5 trasmette un regalo inestimabile, le nove sinfonie, eseguite dai Berliner e  dirette da Abbado. Chi non riuscì a godersele a Roma, in quella settimana prodigiosa a Santa Cecilia, se le può sentire a casa e vedersele da vicino, un privilegio negato anche al parterre mondano che allora sedette in prima fila.  La minacciata chiusura poi limitata a 700 licenziamenti, mica pochi,  della radiotelevisione e quella dell’orchestra nazionale  in Grecia sono il trailer di quello che potrebbe accadere prossimamente da noi, in fondo abbiamo già visto avverarsi profezie, eventi ed allegorie,   che quando poi si realizzano riescono a sorprenderci come inaspettate e non credute.

Musica e opera alla radio e in Tv fanno venire in mente l’irresistibile vignetta di Novello, nel Signore di buona famiglia, che immagina un teatro dell’opera pomposo e barocco nel quale gli spettatori assistono a   Tosca che si lancia da Castel Sant’Angelo o al  harakiri di Butterfly come se stessero a casa e allora c’è chi si fa il pediluvio, chi sgrana i fagioli, chi intanto legge il giornale in canottiera, chi allatta il bambino.

Ma che regalo è comunque poter godere di tanta bellezza, alla prima scaligera o nel tinello di casa, un prodigio che sembra immeritato. Credo che le nostre generazioni siano le prime che vivono con tanta consapevolezza la regressione, che misurano l’entità tremenda del peggioramento, della demoralizzazione, come sconforto e come perdita di orizzonti morali, quelli che ti fanno guardare avanti con speranza  e fierezza.

Da bambina mi ero convinta che durante il fascismo, non ci fosse il sole e nessuno ascoltasse la musica in una tenebra silenziosa rotta solo dai lampi e dal suono degli spari,  dal bagliore e  dal rombo dei cannoni. E papà ridendo mi ricordava che i gaulaiter dei campi di sterminio o i torturatori di via Tasso coprivano i gemiti con il Parsifal o proprio con la Pastorale e che nella casetta vicino alle Zattere dove stavano lui e mia madre, rifugio di antifascisti e perseguitati, c’era un gran pianoforte dove alla sera suonava qualche ospite scapestrato, mettendo la sordina quando poi, alla fine si accompagnava un’Internazionale appassionata ma un po’ stonata. E ricordava che tutti loro pensavano che quella lotta che conducevano, i pericoli, la minaccia persecuzioni e morte era il prezzo che pagavano perché i loro figli e tutti, poveri, ricchi, operai, contadini, dottori potessero godere il diritto e il prodigio di quella musica da sentire nei teatri, in pazza, stesi sotto un albero di susino a guardare come cambia forma la nuvola in cielo, un diritto forte e inalienabile come al pane, all’acqua, all’aria pulita, alle susine di quell’albero e a quella nuvola.

Oggi ascoltando  quelle note, invece, c’è da provare un senso di vergnogna, come per un regalo immeritato. Non soltanto perché oggi pare non ci sia nulla di così romantico ed epico e eroico e delicato che accompagna i nostri giorni, creato da qualcuno come noi, qualcuno che incontriamo per strada o su twitter e che possiamo ammirare e che ci consola dello spirito velenoso di questo tempo. E il più delle volte rileggiamo perché negli scaffali della Feltrinelli ci sono libri già consumati e ancora intonsi. E perché alla Biennale c’è un susseguirsi di prodotti effimeri e artificiali che hanno un disperato intento provocatorio, fino all’esposizione di immondizia meno umana e più sintetica della merda d’artista. E non perché invecchiamo e anche noi finiamo per dire “ai miei tempi”… no, perché questa recessione è cominciata già dalla fine non compiuta del secolo breve, con il declino e la disgregazione non della civiltà occidentale, ma con la fine del bisogno di immaginare una sua alternativa, con la dismissione del sogno di costruire un modo altro di vivere e lavorare, con l’accondiscendenza alla implacabilità del profitto e dello sfruttamento, con l’accettazione dell’oltraggio “necessario” all’ambiente intorno, con il rifiuto della responsabilità e dell’imperio morale a  a vivere da uomini e non da schiavi, noi e i nostri figli.  Ormai l’Eroica  potrebbe celebrare lo sforzo che alcuni di noi ancora compiono per avere speranza, fiducia, libertà e amore. Quelli che ancora ci meritiamo.

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