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Italia outlet, Caravaggio affittasi

atilonaviAnna Lombroso per il Simplicissimus

Abbiamo appreso qualche giorno fa che il Comune di Venezia sarebbe stato definitivamente persuaso della qualità sociale del mausoleo roboscopico che vuole erigersi in vita, tramite il dinamico nipote, Pierre Cardin. A convincere gli amministratori è la determinazione della famiglia Cardin, che per innalzare   la famigerata Torre Lumière sgancerebbe  800 mila euro e molte promesse, di contribuire alla causa nazionale acquistando la ferramenta necessaria per il Taj Mahal nostrano, per la Piramide lagunare, all’Ilva di Taranto.

Allegoria esemplare questa, della condanna di un paese in saldo,  che governi nazionali e locali svendono per un tozzo di pane, indifferenti, come denuncia oggi il Simplicissimus, alla dissipazione del suo patrimonio d’arte e di bellezza, che sarebbe poi anche il più formidabile giacimento  di risorse economiche, motore di  profitto e bacino occupazionale.

Il sospetto è che siano incompetenti, inadeguati, e anche cretini. Applicano meccanicamente alla realtà teorie sociologiche, ricette aziendalistiche come se fossero  teoremi matematici dei quali sono dimostrati efficacia e risultati, con la spocchiosa noncuranza di chi pensa che l’arte, la bellezza, la cultura, la conoscenza siano optional se non accessori superflui, inutilmente costosi, che nemmeno si possono infilare dentro un panino e che sono redditizi solo se li vendi, li alieni, li tratti in modo che diventino prodotti e merce di scambio.

In ossequio a questa visione della politica, dei beni comuni, dello stato sociale, come fosse una fabbrica di proprietà della loro cerchia, nella quale mettere in riga addetti e utenti che altrimenti li si licenzia, li si mette in mobilità, li si punisce con cattivi e costosi servizi, una delle ultime trovate riguarda la durata degli incarichi dei direttori di alcuni dei più importanti monumenti e musei italiani e dei funzionari addetti alla vigilanza di siti di importanza artistica, archeologica e ambientale.  Secondo una circolare  appena emessa dal segretario generale del ministero per i Beni culturali, Antonia Pasqua Recchia, che adotterebbe l’ennesima raccomandazione europea, non si potra’ dirigere un museo come la Galleria Borghese o Palazzo Barberini a Roma, gli Uffizi a Firenze, un sito archeologico, Pompei o Ercolano, o un complesso monumentale, per più di tre anni, e altrettanto vale per i funzionari di sovrintendenza, quelli che esercitano la vigilanza sulla manutenzione a la qualità di paesaggi e aree di interesse naturalistico.

L’intento di questo avvicendamento a termine sarebbe duplice: come recitano i manuali di risorse umane, dopo tre anni un manager, salvo Marchionne, i boiardi di Stato e probabilmente la “mamma” del Maxxi   sarebbe spompato, avrebbe sfruttato tutte le sue potenzialità e è necessario cambiarlo di posto come una pedina degli scacchi.  Si tratterebbe comunque di un accorgimento pensato dai legislatori comunitari, quelli delle galline ovaiole, delle quote latte e del fiscal compact, per  scoraggiare la corruzione.

Fin troppo facile obiettare che la corruzione si combatte pagando adeguatamente i dipendenti e i funzionari, effettuando un’azione di sorveglianza attraverso gli organismi di controllo, il cui edificio negli anni è stato smantellato, evitando il ricorso sempre più incrementato ai silenzi assensi, ai “condoni”, a regimi  sanzionatori di entità ridicole. Fin troppo facile ricordare che soprattutto in questi settori dovrebbe essere prioritario tutelare e valorizzare la competenza, l’esperienza e perché no? la passione di chi si dedica alla salvaguardia e alla conservazione della bellezza, dell’arte, del bene comune. Fin troppo facile sottolineare che invece negli anni, a cominciare da mega direttori provenienti da Mac Donald’s, o trombati dalla politica, catapultati in vertici importanti come una sine cura ben remunerata, per finire ai tagli inflitti alla macchina umana e amministrativa del Ministero, il nostro patrimonio artistico e culturale  è stato maltrattato, penalizzato, trascurato, tanto che la corruzione sembra essere solo un accessorio dell’esercizio di manomissione e impoverimento.

Ma sempre a confermare la scarsa lungimiranza e l’irruzione anche in questo settore della peggiore logica di profitto, quella più affine all’accattonaggio, ecco un’altra pensata del governo: le cantine di Musei, Ministeri, Palazzi delle istituzioni sono pieni di opere d’arte impolverate, delle quali non esisterebbe un censimento aggiornato. Ogni tanto un neo presidente, un neo ministro, un neo direttore generale ne fa tirar su una per abbellire le sue stanze, magari mettendo le mutande a Venere e gli slip a Marte, ma per lo più restano là dimenticati e rimossi dalla memoria collettiva e degli addetti ai lavori. Così la soluzione sarebbe quella di affittarli a ricchi “mecenati” che se ne possono adornare le auguste dimore, a banchieri che ci decorano le sale – riunione, ad aziende che tanto poi scalano le spesa dalla dichiarazione dei redditi. Anche in questo caso la fantasiosa motivazione è che è preferibile che ne godano i privati piuttosto che stiano seppelliti in cantina tra sorci e tarli. Meglio sarebbe che se ne fregi qualcuno, forse uno di quei magnati che comprano i libri a metro e se la Plèiade facesse le copertine impermeabili, li collocherebbero anche sul panfilo a ferro da stiro.

Invece meglio sarebbe che venissero estratti dagli anfratti polverosi, messi in musei nei quali far pagare un biglietto di prezzo inferiore di quello dello stadio ed anche di un pacchettino di gratta e vinci, i cui proventi dovrebbero essere investiti all’uopo, vigilati da disoccupati di tutte le età e mostrati al pubblico, a noi cioè che ne siamo i padroni, perché sono dei cittadini, che li hanno mantenuti, male purtroppo, con le tasse e che hanno il diritto di goderne quindi più di imprenditori, manager, professionisti e banchieri, sulla cui contribuzione solleviamo leciti dubbi.  E’ il lusso che ci spetta.

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