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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quello del Colle in visita a un altro Colle esprime profonda commozione: a forza di stare a certe altitudini quello che succede più giù è remoto.  Enrico Letta  parla di “sacrificio lancinante”, il  ministro della Difesa, Mario Mauro, esprime “profondo cordoglio” , proprio come Grasso:  “Esprimo il mio cordoglio  alle famiglie. Continuiamo a pagare un pesante tributo a costruire la stabilizzazione di quell’area”.

Il formulario dell’elaborazione istituzionale del lutto è monotono. Subisce qualche evoluzione invece la retorica bellica e il ricorso all’eufemismo di regime:  esportazione di democrazia,  aiuto alle popolazione,  rafforzamento delle strutture politiche,  adesso “costruzione della stabilizzazione”, con una calce di seconda mano visti i risultati. Cominciano ad esserci troppi morti  su troppi fronti, perfino per coscienze dedite all’oblio e  alla rimozione: ormai si evita di ricorrere alla circonlocuzione più ardita e sfrontata, l’insolente “guerra umanitaria”.

Perché è in guerra che si è consumato l’estremo sacrificio compiuto  in una missione in nome di chissà che   business, per consolidare chissà che brand, per soddisfare chissà che avidità di redditizio profitto, insomma è in guerra che è morto un capitano del Terzo Bersaglieri,quando degli “elementi ostili” hanno attaccato il mezzo su cui viaggiava, un Lince, che tornava alla base dopo aver svolto un’attività congiunta con i militari afgani.

Ormai non si fa nemmeno più finta che i soldati italiani distribuiscano scatolette e caramelle. Costruire la stabilizzazione richiede cingolati, mitragliatori, tank, F35 che hanno paura di volare, gas, bombe, che pudicamente non sfilano nella parata del 2 giugno, mantenuta per creare l’illusione che quei soldati che camminano con la mano sul cuore, un po’ di pancetta e un’incipiente calvizie, facciano, mal che vada, i commessi viaggiatori, con una valigetta coi modellini di armi Beretta, il pronto soccorso e le minestre liofilizzate da portare in posti dove continuano a vivere donne, uomini e bambini ancora più disperati e arrabbiati di noi.

Siamo andati peggiorando, una volta si cercavano motivazioni alte ed epiche per giustificare la guerra, soprattutto quella fuori casa. Una volta, come in Guerra e Pace, quando Tolstoj mette in scena l’apologia spericolata del Bonaparte, per bocca di Pierre, e della necessità ineluttabile di crimini, delitti e lutti, potenti, aristocratici, elite e i loro interpreti e cantori, motivavano e scagionavano morti, dolore, razzie, soprusi come l’inevitabile prezzo da pagare per il progresso, per il dominio, per la ricchezza.

È da un po’ che non ci si prova più. I potenti nostrani ubbidiscono: è l’Europa che ce lo chiede, è la Nato che ce lo chiede, è il contesto occidentale che ce lo chiede e per continuare ad essere annessi, anche al tavolo dei bambini, quello defilato e tenuto d’occhio perché non facciamo malanni, bisogna assecondare interventi pensati per mantenere equilibri sempre più squilibrati, sempre più disuguali, sempre più inspiegabili con ragioni che abbiano a che fare con la civiltà.

In quante guerre siamo già andati con le scarpe rotte o in tecno-mimetico, da quando, altrettanto sconfitti ma meno consapevoli di Germania o Giappone, abbiamo deciso che alla Venere europea era preferibile e più profittevole il  Marte americano, che d’altra parte Venere ha scelto fin dal 1989 di dismettere la via dell’amore e di percorrere quella delle armi, convenzionali o finanziarie. L’Italia ha scelto presto di affrancarsi dai pudori del dopoguerra: è andata in Iraq, in Somalia, in Bosnia, in Erzegovina, in Afghanistan, in Libano, in Libia. Troppi sono morti, pianti da coccodrilli impuniti e spudorati appartenenti a tutti gli schieramenti e schierati in tutti i governi. E troppi sono gli impegni bellici che l’Italia è chiamata a rispettare, a cominciare dallo shopping di armi, che l’Europa o indecenti ragioni di stato ci obbligano a fare.

Tocca a noi disubbidire, se non lo fanno loro. Non per il tanto deriso pacifismo, considerato anacronistico monopolio di anime belle o per la vituperata codardia, vizio inguaribile della nostra autobiografia nazionale, ma perché la guerra è mossa fuori e in casa dagli stessi nemici, esterni o interni. E quando una legge o un’azione sono ingiuste, si ha il dovere di rifiutarle, di non accettarle. Certo, è rischiosa la ribellione, è ardua la giustizia, è impervia la libertà. Ma non abbiamo scelta: cominciamo a non mandare più nessuno a morire, in guerra o in fabbrica, soldati o operai, uomini o caporali.

 

 

 

 

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