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La politica del fattore A

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Alemanno attribuisce la colpa della sua sconfitta al derby Roma – Lazio che avrebbe allentato la tensione: una meditata tesi che dovrebbe dare finalmente il destro agli elettori di liberarsi  definitivamente di un imbecille. I Cinque Stelle danno la colpa alla “comunicazione” e quindi a Grillo che ha vietato le ospitate tv, mentre Grillo stesso dà la colpa agli italiani, come se fossero il pubblico di un teatro che  non ha compreso una battuta. Il Pd come al solito non ha capito di aver perso perché non pensa alle proprie astensioni, ma è felice che i griilini si siano sgonfiati perché così può riprendere in tutta sicurezza il gioco del bipolarismo – consociazione con Berlusconi che tante soddisfazioni ha dato agli italiani. Il Pdl dove uno vale tutti, si macera nel problema di clonare Silvio in diecimila copie per farlo partecipare a tutte le gare elettorali: senza di lui sguatteri e sguattere non funzionano, ci vuole lo chef, anche se secondo Bisignani i ragazzi di cucina volevano liberarsi del cuoco.

Naturalmente Letta è contento come una pasqua perché questo allunga la sua vita di statista burattino e della sua armata di cartone e perché il viaggio verso la Grecia non ha subito troppi rallentamenti, siamo in perfetto orario. Così abbiamo un Paese in cui è stata sconfitta la politica e insieme la cosiddetta antipolitica: un risultato del resto abbastanza ovvio visto che la politica vera è emigrata già da tempo: da noi non trovava lavoro.

In questa situazione è ovvio che l’astensione prende piede: non si tratta affatto di una diserzione da un diritto – dovere che peraltro viene tranquillamente incassato e tradito dai votati, quanto invece un modo per rivendicarne l’importanza e la valenza politica. La teoria dei giochi spiega benissimo che l’astenuto è il meno controllabile e addomesticabile degli elettori: non fa parte di uno zoccolo duro, è difficilmente fidelizzabile, richiede attenzione, non si fa adescare facilmente dalla retorica, è assai poco prevedibile. L’astenuto di nuovo tipo, quello nato negli ultimi anni almeno, non è affatto estraneo alla politica, ma pretende dignità per il proprio voto e lo dà solo se viene convinto e non semplicemente implicato in una ritualità. E’ del tutto ovvio che si è creato e non da ieri, un fattore A che è in grado di condizionare la politica.

Ma naturalmente si tratta anche dell’ultima chiamata per la classe dirigente, di una forma estrema di voto, se amiamo il paradosso, prima di perdere del tutto la fiducia nella democrazia e nelle sue possibilità: la campana suona per tutti e solo i sordi non la intendono. O i morti.

 

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