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Ilva, illegalità a prova d’acciaio

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche i ricchi piangono. E non finiscono le lacrime per Squinzi. Eh si, ci deve essere qualcosa di tremendamente ingiusto  se i padroni del maggior complesso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa da cui dipendono tanti cristiani,  vengono  penalizzati così con una persecuzione giudiziaria e una criminalizzazione mediatica, che manco il povero Silvio.  Eh si, avrà altri motivi per dolersi  del baratro nel quale ci hanno fatti precipitare i soliti noti: il fisco, le banche che non danno soldi, il costo del lavoro a livelli insostenibili, la politica inadempiente, lo Stato invadente e esoso, ma inadeguato alla doverosa assistenza agli imprenditori taglieggiati, ricattati de sindacati poco comprensivi, da maestranze poco solidali, vincolati da burocrazie troppo occhiute e leggi troppo “rigide”.

“Le nostre aziende stanno facendo una fatica disperata, oggi  al convegno ‘Crescere tra le righe’ di Borgo La Bagnaia ha proprio lanciato un’invettiva: “in Italia  c’è una mentalita’ anti-impresa”.

Deve essere per via di quella mentalità  che il gip Patrizia Todisco ha firmato  il decreto di sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire  per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro, secondo  la stima formulata dai custodi giudiziari   del costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale.  Toccherà alla Guardia di Finanza  identificare i beni della società e di quelle eventualmente nate da operazioni finanziarie rispetto a Riva Fire fino al raggiungimento della quota stabilita dalla magistratura, perché dal sequestro restano fuori la fabbrica di Taranto e i beni riconducibili alla società di Ilva spa. Squinzi può stare tranquillo: i  beni della società potranno essere  alienati solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto.  Una condizione necessaria,   grazie alla legge  “salva Ilva” che ha sancito  il diritto alla produzione della fabbrica come condizione necessaria per sostenere le spese di risanamento degli impianti.

Ai Riva toccherà per forza mettere mano al sistema applicato all’impianto di Taranto, quello dell’imposizione della mal’ aria e del cancro in cambio del posto, che era così profittevole, conosceranno anche loro i condizionamenti: misure di risanamento altrimenti ti portiamo via la “roba”. La società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso  una “consapevole omissione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto”.

Ma a fronte di un sequestro che vale due Imu, c’è da immaginare che la famiglia Riva e i suoi famigli, compresi i beneficati a vario titolo negli anni, in forme più o meno opache, ma sempre inquietanti, non saranno sul lastrico, il crimine da noi pare non paghi e le vite costano poco, sempre meno.  La strada era stata segnata da anni, in quel piccolo laboratorio sperimentale dell’iniquità globale, che era l’Italia del 2000, quando l’allora presidente di Confindustria,   Antonio D’Amato, si fece portatore e interprete delle esigenze e delle aspirazioni degli imprenditori cui prestava il volto il tycoon più disinvolto e spericolato, con un piano di sgravi fiscali, flessibilità, precarizzazione del lavoro, coronato dalla definitiva cancellazione delle tutele e dei diritti  con l’arrivo del governo Monti, i voti del Pd, ora le larghe intese.

E infatti Letta, in occasione del grido di dolore confindustriale –  uscito da quel parterre che applaudì i vertici assassini della Thyssen  e oggi, in una trucida coincidenza con gli sviluppi dell’Ilva, ribadisce la necessità di un sostegno tangibile alle imprese in difficoltà, che si sa, siamo tutti sulla stessa barca, Riva e operio dell’Ilva, per intenderci  –  ha espresso la sua solidarietà al sistema imprenditoriale nazionale, quello che si è arricchito  con la finanza, abbandonando innovazione e ricerca, vendendo e chiudendo gli impianti, lesinando sulla sicurezza e la responsabilità ambientale, usando la precarietà come un randello. E evadendo, esportando, riciclando, se solo in Svizzera ci sono 150 miliardi di euro di capitali italiani trasferiti clandestinamente, che se  il 10% rientrasse in Italia per essere investito dagli associati di Confindustria, la ripresa invocata da Squinzi sarebbe istantanea.

Ma se c’è un patto indissolubile tra ceto politico, governi che si avvicendano, imprese ingenerose e sleali, l’Ilva ne è la rappresentazione allegorica, combinando corruzione e assistenzialismo, evasione e elusione, illegalità e inosservanza delle regole più elementari di sicurezza, criminalità economica e delitti contro le persone, grazie all’abbattimento legislativo dei diritti, primari, fondamentali, politici. La grande, empia alleanza usa  nuove e moderne minacce che si chiamano delocalizzazione, patto di stabilità, spread e tutte le varie forme di speculazione finanziaria, precariato, frammentazione dei contratti lavorativi,   prestiti al consumo, tassazioni inique, diminuzione del potere di acquisto e aumento dei prezzi e delle tariffe, impoverimento dello stato sociale e erosione della sovranità dello Stato e dei suoi poteri di controllo e sorveglianza. È aiutata da una informazione che non informa e non interpreta se non le veline dei padroni e che se intervista Squinzi dimentica di chiedergli a quali dei suoi associati preoccupati si devono quei 200 miliardi all’anno che emigrano più dei nostri cervelli e che se si  recuperassero,  annullerebbero, in soli 10 anni, l’intero debito pubblico italiano.

Si, l’Ilva è stato uno dei tanti terreni di sperimentazione dell’illegalità come sistema di governo e “cultura di impresa”.  Mentre i  legali sono stati incaricati di impugnare il provvedimento di sequestro, si è dimesso il CdA dell’Ilva. Ma non sono i soli a essersi dimessi: lo abbiamo fatto tutti noi, nel corso degli anni, lasciando soli i lavoratori nelle fabbriche sempre più isolate, fingendo che non esistesse  più la classe operaie, mentre non esisteva invece più un partito che la rappresentasse. E adesso siamo tutti soli, se non ci mettiamo insieme.

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