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Vitamannari pro life, ma contro le donne

945014_607988332547375_614363487_nAnna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno scelto oggi, 12 maggio, 36esimo anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, la giovane studentessa che nel 1977 era in piazza per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio, per la loro marcia pro-life, come se ci fosse qualcuno che è contro la vita. Hanno scelto oggi, 12 maggio, festa della mamma tra primule e Baci, per la loro marcia pro-life, come se ci fossero donne degne e virtuose che fanno figli e altre talmente ignave e criminali, che li ammazzano prima che diventino vita.
Hanno esposto foto di feti e profanato la croce, simbolo di una religione dalla quale dicono di essere ispirati e illuminati per fare della infame propaganda politica oscurantista e lesiva di diritti all’autodeterminazione, compreso il più doloroso e arduo. E infatti in prima fila c’erano esponenti di partiti, quelli che avevano visto in Rodotà un “anticristo” proprio perché proclama con parole e atti il diritto ad avere diritti. Quelli che difendono la vita prima che si manifesti, la vita quando non ha più senso nè luce di pensiero e dignità, mentre ogni giorno la nostra dignità di persone e di popolo la calpestano. Quelli che difendono la condizione di mamme, in via teorica, accademica, virtuale ma hanno fatto sistema di governo la proibizione ad esserlo, secondo una scelta drammatica, dolente, traumatica e obbligata, perché non c’è lavoro, non ci sono soldi, non ci sono servizi, non ci sono asili, non ci sono scuole e quelle che ci sono, sono fatiscenti, non ci sono alloggi per giovani coppie.

No, non è proprio così: ci sono le scuole, private, ci sono le cliniche, private, ci sono gli asili, privati, ci sono le tate, private. E se si cancella questa legge, la conquista più amara per le donne e i loro compagni, ci saranno anche gli aborti, privati. Come c’erano una volta, con una certa scelta: tavolaccio, retrocucina della levatrice tuttofare, compiacente studio medico di untuoso dottore, ovattata clinica magari estera. A ribadire che in barba a ragioni etiche, morali, a suscitare scandalo non è l’interruzione di gravidanza, ma quella pubblica, trasparente, garantita per chi non può farne a meno, per chi deve essere aiutata con la civiltà delle leggi a uscire dalla clandestinità e dalla vergogna. Come per la fecondazione e perfino per l’eutanasia, l’imperativo morale è quello dell’ipocrisia: rendiamo impossibile qui esercitare una legittimo bisogno, che tanto fuori dai confini patri si fa, si fa. Eccome se si fa.

Dicono che siano stati 30 mila, col sindaco in testa, come a Brescia: le manifestazioni a sostegno della cancellazione di leggi e della manomissione di giustizia assumono il carattere di entusiastici eventi elettorali. 30 mila sono troppi per i miei gusti, e troppi per i gusti della democrazia. 30 mila autorizzati, mentre non lo erano i partecipanti alla manifestazione in ricordo di Giorgiana e per lanciare un urlo contro gli assassini di donne, quelli sì, assassini. 30 mila e è un miracolo che non fossero di più, complice il sole che ogni tanto si affacciava su una Roma pigra e indolente. Perché tutto congiura ad aumentarne il numero, larghe intese a nostre spese, saggi, convenzioni, cameraline, accordi per smantellare carta costituzionale e rappresentanza, diritti retrocessi a elargizioni,garanzie come optional cui è ragionevole rinunciare in tempi di necessità, laicità come arcaico armamentario che ostacola alleanze opportune o come rimasuglio ideologico.
La chiamano marcia per la vita. Hanno ragione, la loro manifestazione è marcia. Ma la loro invece non è vita, perché è senza diritti, senza umanità, senza solidarietà, senza giustizia, senza amore.

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