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La capanna dello zio Enrico

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono paesi dove quando nasce un bambino si cantano nenie tristi e si piange. Sono i posti dove sono approdate navi schiaviste, e a dolersi sono i nipoti e i pronipoti di quelli che arrivavano in catene. Piangono perché anche se è stata tardivamente riconosciuta loro la cittadinanza, la loro vita può essere ancora soggetta a discriminazioni, quelle che colpiscono i poveri e i diseredati, più crude e implacabili per via del colore, perché si sentono sempre stranieri in ogni luogo, perché nemmeno hanno conoscenza del luogo di origine, io loro avi erano senza nome, obbligati a rispondere a uno schiocco di frusta o a un fischietto.

Nel mondo globale, dove sempre di più viene erosa la sovranità di nazioni e di popoli, dove il viaggio sta tornando ad essere cammino della speranza o della disperazione, in cerca di un pane amaro, un Paese accusato da sempre di essere familistico, mammone, ma al tempo stesso mite e ancora giovane, per via di una recente unità e indipendenza, evidentemente però debole e smemorato, condanna bambini nati sulla sua terra, che bevono la sua acqua, che mangiano i suoi frutti, che giocano con i suoi figli inconsapevoli di essere loro superiori, a non avere patria se non una lontana, sconosciuta, dalla quale i genitori sono scappati per fame, guerra, siccità, così che come in quei posti lontani la loro venuta al mondo sia accolta con le lacrime.

Adesso si capisce che l’alleanza tra Pdl e Lega si fondava su valori comuni e condivisi, quelli ispirati al razzismo, alla xenofobia, alla prevaricazione e al soffocamento di legittime ispirazioni e inclinazioni, alla cancellazioni di diritti fondamentali, che si sono declinati in violenze non solo verbali, la promulgazione di leggi razziali, i respingimenti, l’idea di un assetto urbano che prende le forme del controllo sociale e della militarizzazione, l’innalzamento di muri, barriere, ostacoli volti ad alimentare sospetto, diffidenza, paura, che gli spaventati, gli isolati sono più facilmente controllabili e condizionabili.
A Modena per consegnare l’attestato di cittadinanza a sei stranieri residenti da 10 anni in Italia, la ministra Kyenge ha auspicato “un percorso di dialogo fra le diverse parti politiche sul punto dello ius soli”. E la risposta dei compagni di merende di Borghezio non si è fatta attendere: “Non accetto le intimidazioni di esponenti del Pd che tentano demagogiche speculazioni sulla pelle del prossimo. Lo ‘ius soli’ con l’automatica concessione della cittadinanza a tutti coloro che nascono in Italia non sarà mai legge della Repubblica italiana”, ha detto Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato. E la deputata Elvira Savino, passata all’onore delle cronache per via dell’ingombrante testimone di nozze, un vero cuoricino anche lei, va oltre: “Una nuova legge sulla cittadinanza, non solo non è una priorità per il Paese, ma può anche costituire motivo di scontro fra i partiti della maggioranza, ragion per cui sarebbe auspicabile rinviare la questione ad altri tempi. Se si vuole che il governo Letta vada avanti – ha aggiunto Savino – sarebbe molto meglio partire da quei temi urgenti su cui tutti siamo d’accordo, come il rilancio dell’economia e dell’occupazione, piuttosto che impantanarsi in divisioni ideologiche difficilmente superabili”.

Coerentemente stanno togliendo i diritti di cittadinanza ai nativi, colpendo istruzione, ferendo il paesaggio, impoverendo lo stato sociale, perché mai dovrebbero aggiungere cittadini di serie B ad altri cittadini ormai di seconda categoria?
Eh si, perché i bambini nati in Italia da genitori stranieri non acquisiscono la cittadinanza italiana, ma quella del paese di origine dei genitori. Anche se in quel paese, a volte, non ci sono mai stati. Sono 590 mila i bambini registrati come stranieri all’anagrafe negli ultimi 10 anni. Potranno richiedere la cittadinanza italiana solo al compimento dei 18 anni e solo se saranno in possesso di tutti i requisiti (complicati e a volte difficili da dimostrare). Se non lo faranno, torneranno nella categoria “immigrati”, a cui si applicano la Legge Bossi-Fini, i permessi di soggiorno e le norme sull’irregolarità (clandestinità, dice la legge). Un passo indietro che vale come una retrocessione.

Alcune amministrazioni comunali, come appunto Modena e l’Aquila, hanno deciso di dare la cittadinanza onoraria ai bambini stranieri che risiedono nei loro territori. Ma per andare oltre gli atti simbolici c’è bisogno di una legge che riconosca a questi ragazzi “una piena realizzazione sociale e lavorativa”, una completa integrazione nelle comunità che li hanno visti crescere, in cui hanno studiato e sono diventati adulti.

Una legge che diventerà un nuovo terreno di scontro di un governo nel quale il partito che ha perso un po’ meno si è consegnato, si è arreso, si fa forte con i cittadini della necessità dell’ubbidienza. E che ha si è appuntato la medaglia sul petto, l’attestato di buona volontà di un ministro, pronto a tradirne il mandato in nome della opportunità e della necessità-
La verità è che questo esercizio di infamia non è solo frutto di razzismo, misoneismo, ignoranza. Ci sono anche dietro un’ideologia e una volontà, che è quella di ristabilire in ogni contesto il primato di una iniquità e disuguaglianza mossa per definire la superiorità di alcuni sull’inferiorità dei molti, per riconfermare che di questi tempi bisogna accontentarsi delle elargizioni arbitrarie al posto dei diritti, che è inevitabile far buon viso all’elemosina al posto delle garanzie, che è ragionevole accettare la elemosina al posto della solidarietà. In una estensione della precarietà discrezionale, che chiamano flessibilità, e che dal lavoro si estende a tutta la sfera sociale ed economica, incrementando incertezza, paura, insicurezza, nutrendo guerre tra poveri sempre più cruente e perverse, per distrarci da quella che hanno mosso contro di noi, contro la democrazia, contro l’umanità.

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