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Il governo con il cappello in mano

602-408-20130228_155621_6D0BFFA0Inciucio come sempre. Per salvare il ceto politico compromesso e compromissorio nell’ambito di un’ammuffita tautologia politica, per fare qualche riforma istituzionale e qualche deformazione costituzionale, magari per tarpare le ali alla magistratura nella libertà d’azione e nelle intercettazioni come suggeriscono i saggi, per trovare gli 8 miliardi che servono nei prossimi mesi, per menarla il più a lungo possibile con la restituzione dei crediti alle aziende e per temporeggiare sull’Imu. Ma al di là di questo il governo Letta, Napolitano, Merkel è venuto alla luce essenzialmente per tenere le bocce ferme in attesa delle elezioni tedesche e solo le vicende giudiziarie di Berlusconi o un vistoso sforamento del 3% del rapporto deficit Pil potrà rendergli la vita difficile.

E’ un governo di attesa, eterodiretto, il peggiore dunque per l’attuale dramma del Paese e sarà solo dopo lo scontro elettorale in Germania che potrà cadere o dovrà affrontare il mondo reale. Il premier starà lì ad aspettare Godot e a vedere se il prossimo esecutivo tedesco, qualunque esso sia, permetterà la nascita degli euro bond, ossia permetterà che la Bce crei denaro per finanziare una futura ripresa, oppure continuerà a sostenere la linea del rigore o ancora – nel caso vi sia una forte affermazione del partito anti euro – si preparerà ad uscire dalla moneta unica dopo averne spolpato tutti i possibili vantaggi ed evitando di pagare dazio con una messa in comune del debito. Proprio per questo Re Giorgio I°, meriterebbe una rivolta popolare: perché tutta la costruzione inciucista non è volta a gettare il peso dell’Italia sulle scelte tedesche, ma soltanto a leccare il Letta Letta nella passiva attesa degli eventi.

E cerco di spiegarmi. Innazitutto va detto che dal punto di vista della politica del rigore non c’è da spettarsi significative differenze sia che rivinca la Merkel, sia che la spuntino i socialdemocratici, tra l’altro arroccati in posizioni molto centriste. Al contrario dei nostri partiti quelli tedeschi fanno e giustamente gli interessi del loro Paese ed ambedue i contendenti ritengono che una politica espansiva, con la possibile crescita dell’inflazione (anche se nelle condizioni di calo della domanda è da paranoici pensarlo) sia negativa per il modello economico -sociale tedesco. Che abbiano ragione o meno questa è la realtà e non è destinata a sfaldarsi nei sei mesi che ci separano dall’appuntamento con le urne.

Dunque la scelta è se fare un passo avanti nell’integrazione europea reale con gli euro bond, ma con il pericolo appunto di contraccolpi, in un Paese dove i salari sono fermi da più di dieci anni, dove il lavoro precario è cresciuto in modo esponenziale e dove esiste la maggiore forbice sociale tra il dieci per cento della popolazione più ricca e il 20% di quella più povera. Oppure  tentare una conservazione dello statu quo in attesa di una fantomatica ripresa, ma ben sapendo che Italia, Spagna e gli altri piigs più piccoli non ce la potranno fare dentro la moneta unica che non permette alcuna manovra sul debito e sulla competitività. La decisione è complicata poiché i fattori collaterali e di lungo periodo sono molti, ma una cosa è certa: se un Paese come il nostro, anche alla luce di ciò che avviene nel resto del mondo in Usa e ancor più in Giappone decidesse di uscire dall’euro, la Germania rischia di perdere 1000 miliardi.  Ciò è dovuto al Target 2, di cui forse i nostri politici ignorano l’esistenza oppure vogliono che siano i cittadini ad ignorarla: si tratta  del Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System, un meccanismo di compensazione tra banche centrali e banche dell’Eurozona (qui una serie di documenti esplicativi sul sito della Banca d’Italia ) grazie al quale i Paesi più forti hanno accumulato crediti enormi che sarebbero vanificati in caso dell’uscita dalla moneta unica ( qui un lungo articolo in inglese dell’economista Hans Werner Sinn). E’ anche per questa ragione che l’euro è diventato in sostanza una sorta di diktat oltre ad essere il motivo per cui molti economisti tedeschi, pensano che la Germania dovrebbe giocare d’anticipo tornando a una propria moneta per perdere il meno possibile ed evitare ulteriori esborsi per il supporto del debito delle “cicale”.

In questo contesto è abbastanza ovvio che un governo italiano decente, invece di aspettare o di essere sempre nell’atteggiamento di chi se ne sta con il cappello in mano, dovrebbe, collegandosi agli altri Paesi in crisi (come del resto proponeva El Pais proprio due giorni fa) chiedere gli eurobond oppure prospettare la necessità di un’uscita dalla moneta unica e di un consolidamento del debito. A quel punto sarebbe la Germania a dover decidere cosa le conviene di più. Ma ve lo vedete Letta che incastra la Merkel o chi per lei?  No eh… già bisognerebbe avere le palle non solo raccontarle.

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